di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 1 agosto 2025
Nulla si muove, nei 190 penitenziari italiani. L’aria è ferma, stagnante, i “piani” carceri si accumulano, anno dopo anno, i suicidi continuano, giorno dopo giorno. Ogni tanto affiora una polemica sui giornali, magari perché un ex potente rinchiuso si è accorto che le prigioni sono scomode o perché si dà alla macchia una delle 100 mila persone che sono destinatarie di misure alternative. L’argomento non è allettante, figuriamoci d’estate, e si inabissa subito. Intanto nelle carceri si muore, più che d’inverno. La contabilità la fa l’associazione Ristretti Orizzonti. Gli ultimi: domenica a Pavia, “un uomo dell’est Europa” di 36 anni si è appeso alla porta della sua cella; martedì un italiano di 53 anni, in isolamento a Parma, si è impiccato usando l’elastico delle mutande. Di seguito tre storie, di due detenuti e di un agente. Tre suicidi normali, se questa è normalità.
Salvatore, depresso e fluttuante: voleva 20 euro. 55 anni - detenuto nel carcere di Vigevano
Un giorno, il 13 dicembre 2024, Salvatore, che è un dipendente dell’Atm ossessionato dal gioco e oppresso dai debiti e dall’alcol, avvicina un uomo in un cortile di Milano e gli punta un coltellino, chiedendogli 20 euro. Quando l’uomo gli dice che ha 55 euro, proprio come i suoi anni, lui risponde che va benissimo e li prende. Se ne va con i soldi ma non fa molta strada, perché viene rintracciato e arrestato. A processo, viene condannato a 3 anni, anche se i soldi li restituisce tutti e anzi dà mille euro all’uomo rapinato, come risarcimento. Finisce nel carcere di Vigevano, lui che era di Polistena, in provincia di Reggio Calabria. Viveva ancora in Calabria quando i medici del centro salute mentale di Taurianova gli diagnosticarono “un umore depresso e fluttuante”. E si capisce, visto che a causa della ludopatia si era fatto pignorare lo stipendio e sottrarre la casa. Se ne andava in giro a farfugliare cose incomprensibili, a dire che i suoi guai erano stati causati da un “massaggio al piede”. Quando entra nel carcere di Vigevano, il suo avvocato Rocco Domenico Ceravolo si preoccupa, perché sa che Salvatore è a rischio, con il suo umore fluttuante, e ha già provato a uccidersi. Per questo chiede che sia affidato ai servizi sociali ed esca, ma il giudice di sorveglianza dice di no, che non si può fare, che la permanenza in cella si deve protrarre perché l’uomo è pericoloso. Il magistrato dice che bisogna aspettare la “sintesi”, la relazione stesa dagli educatori, che decidono se sei pronto a uscire. Ma la sintesi tarda ad arrivare, perché gli educatori non ci sono o sono pochi. E non è una stranezza, è la regola. E così la permanenza in carcere si protrae, ma non troppo a lungo, solo qualche giorno, perché Salvatore decide che non vuole più aspettare e si impicca. Bastava un po’ di buon senso, dice l’avvocato, per salvarlo. Bastava farlo uscire e mandarlo ai servizi sociali, dice, invece di inventarsi pericoli immaginari per un poveraccio che aveva rubato l’equivalente di un pieno di benzina, di una cena, nella città dei milionari e aveva restituito tutto, con gli interessi. In cambio di quei 55 euro, ha dato la sua vita.
Giovanni, l’antisociale che ha salvato cinque vite. 24 anni, detenuto nel carcere di Uta, Cagliari
Quando Irene Testa, garante dei detenuti di Cagliari, è andata in visita nel carcere di Uta, ha notato che c’era un giovane che non la cercava, non le chiedeva niente, a differenza degli altri, ma se ne stava seduto a guardare lo spazio di cielo tra le sbarre. Aveva occhi azzurri, puliti e di fianco a lui c’era un libro sulla sua branda. Gli ho chiesto se stava bene, racconta, ma sembrava spaesato e il compagno di cella mi ha raccontato che qualche giorno prima, mentre loro erano andati nel cortile per l’ora d’aria, aveva cercato di uccidersi. L’avevano trovato con la corda stretta al collo ma gliel’avevano sfilata, ed erano riusciti a salvarlo. Me ne sono andata, dice, e due giorni dopo si è impiccato. Irene si è sentita in colpa, come quelli che sentono il peso della vita degli altri sulle spalle, e si è chiesta se avrebbe potuto fare qualcosa per questo ragazzo che aveva molte diagnosi, come succede spesso a chi sta in carcere. Ha pensato, Irene, ho fallito, abbiamo fallito tutti.
Li definiscono bipolari o schizofrenici o psicotici - ci dice - ma i medici del carcere preferiscono bollarli come “antisociali”, perché gli antisociali sono considerati “compatibili” con il carcere. Anche se guardano la televisione e pensano che la loro madre li controlli attraverso lo schermo, anche se lanciano escrementi nel corridoio, anche se spaccano tutto. Sono compatibili, perché non li vediamo. Nel carcere di Sassari, su 536 detenuti, ce ne sono 400 in terapia psichiatrica. La madre di Giovanni, 24 anni, un giorno ha letto in una chat di un ragazzo che si era ucciso nel carcere di Uta e ha pensato che poteva essere suo figlio e ha chiesto e poi l’ha capito: era suo figlio. Suo figlio che mesi prima le aveva detto: se mi succede qualcosa voglio che siano donati i miei organi. Così quando ha deciso di farla finita, i suoi organi sono stati estratti e Irene si è chiesta se fosse giusto renderlo pubblico, se non fosse un tradimento, la rivelazione di una confidenza privata, di un ultimo desiderio. Il medico l’ha convinta. Ma certo che sì, è una cosa bellissima: ha salvato cinque vite questo ragazzo antisociale.
Donato, che rideva e giocava a carte. 58 anni, agente nel carcere di Porto Azzurro (Isola d’Elba)
La sera prima, racconta la figlia Marika, si rideva, si giocava a carte. Donato viveva con la famiglia nell’alloggio demaniale della cittadella penitenziaria di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba, ed era un sovrintendente. Faceva l’agente di polizia penitenziaria dal 1989. “Può fare effetto, a chi viene da fuori, vivere in un carcere. Ma a noi sembra normale abitare lì, a pochi metri dalle celle di Porto Azzurro. Era un lavoro che piaceva molto a babbo. Gli dicevamo sempre, scherzando, che sembrava quasi che noi venissimo dopo, perché prima c’era sempre la prigione. Però il suo era un lavoro pesante, stressante, logorante. I turni erano faticosi e ogni tanto ci raccontava di quello che succedeva lì dentro. Di quei detenuti che aspettavano che loro, le guardie, facessero l’ultimo giro di controllo e poi si impiccavano”.
Tra un anno e mezzo sarebbe andato in pensione, ma da qualche tempo non stava bene. Era caduto, lui dice per un calo di pressione. Si era fatto male alla schiena e aveva le caviglie gonfie, così lo avevano messo in malattia per 15 giorni. Due mesi fa, il 16 maggio, racconta Marika con una voce che cerca di non tremare, “cominciavano le belle giornate e con mia mamma siamo uscite a far la spesa, come facevamo sempre”. Era andata anche lei, perché il babbo stava male e la madre non aveva la patente. E no, non avevano paura che succedesse qualcosa, perché non si erano accorte di quello che girava nella testa di Donato. E invece qualcosa girava nella sua testa, anche se giocava a carte e rideva. E così, quando sono tornate, hanno aperto la porta di casa, hanno posato i sacchetti sul tavolo e lo hanno visto, appeso con una corda alla porta della cucina. Sul tavolo c’era una lettera, di cui non si può parlare, perché è sequestrata e c’è un’inchiesta in corso. Si sa però che dentro c’era tutta la disperazione di un sovrintendente della polizia penitenziaria, di un uomo che amava il suo lavoro ma non ce la faceva più, “Che andava avanti per inerzia”, in attesa di una pensione che non arrivava mai. Come non ce la facevano più i sette agenti che si sono uccisi nel 2024 e i due che lo hanno già fatto nel 2025. “Gli agenti - ci dice Gennarino De Fazio della Uilpa - hanno carichi di lavoro e di coscienza che non si possono immaginare”.











