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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 9 giugno 2026

“Eravamo quasi riusciti a svuotare il carcere dai bambini, poi il decreto Sicurezza ha tolto l’obbligatorietà del rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte e con figli nel primo anno di vita: una norma di civiltà per cui avevamo lottato per oltre 20 anni”, dice Lia Sacerdote, presidente di Bambini senza sbarre. “È un’assurdità? Sì, ma lo si fa per mantenere la relazione con la madre. Fortunatamente oggi la cultura della polizia penitenziaria sul tema è molto cambiata”. Sono 30 i bambini negli istituti penitenziari con le loro madri al 31 maggio scorso. Da oltre cinque anni, dal 31 dicembre 2020, non si vedeva un numero così alto. Un anno fa erano 17, due mesi fa erano 26, secondo i dati del ministero della Giustizia.

“È un peccato che i bambini debbano avere questa sofferenza. Ma ci sono delle leggi di civiltà che credo siano più forti delle leggi scritte. E penso che le cose buone fatte finora possano recuperare la loro forza”, dice Lia Sacerdote, presidente dell’associazione Bambini senza sbarre. “Purtroppo, il carcere è tornato ad essere il deterrente non necessario”.

“La legge di civiltà è più forte delle leggi scritte” - Da una parte, nel 2026, avere ancora 30 bambini negli istituti di pena con le madri, “è una sconfitta”, dice Sacerdote, “ma dall’altra per fortuna i bambini stanno dentro per periodi brevi. Non mi voglio auto-consolare, ma oggettivamente la cultura degli operatori penitenziari con cui noi lavoriamo da 25 anni è cambiata, da dieci anni abbiamo il mandato di fare formazione alla polizia penitenziaria proprio sul tema dei bambini che entrano in carcere. Purtroppo, il problema è che la polizia penitenziaria che accoglie i bambini ogni giorno non è stabile, cambia, bisogna fare tanta formazione per poter arrivare a più persone possibili”, continua Sacerdote. “Sono tante le associazioni che seguono le nostre linee guida, che abbiamo costruito negli anni. Sono sicura che questi bambini gli operatori penitenziari li faranno uscire presto. Io credo che la legge di civiltà sia più forte delle leggi scritte”.

L’importanza di mantenere la relazione con la madre - Visto che la cultura è cambiata, oggi “gli stessi operatori penitenziari soffrono ad avere i bambini in carcere. Il paradosso su cui lavorano loro e su cui lavoriamo noi di Bambini senza sbarre è questo: noi sappiamo che ci sono i bambini che entrano in carcere, ed è un’assurdità, ma lo si fa per mantenere la relazione con la madre. Non è drammatico questo, l’importante è che tutto avvenga nel rispetto della loro intelligenza, del fatto che loro sono dei soggetti che devono fare delle scelte di vita che possono essere diverse da quelle dei genitori. C’è una grande complessità in tutto questo”.

Gli incontri in carcere con il genitore detenuto - I bambini, senza dubbio, in carcere “rischiano di essere esposti a un disagio sociale, a dei traumi. Ma il tema è anche quello che accade fuori: lo stigma, la discriminazione e l’estraneità pesano. Non bisogna mai dimenticare che i bambini sono i futuri adulti”, sottolinea Sacerdote. Per loro “è importante non avere la “sparizione” del genitore, è fondamentale che vadano in carcere per incontrare il padre o la madre”. Spesso i bambini entrano in carcere per la prima volta nei luoghi in cui ci sono persone in attesa di giudizio, a Milano, ad esempio, nella casa circondariale di San Vittore. “I genitori ci chiedono se è il caso di portare i figli in carcere, noi diciamo di sì perché c’è l’attenzione, ci sono degli spazi di attesa. Era impensabile una volta, è un momento importante perché i bambini sono in ansia, preoccupati, sono in un luogo estraneo. E poi i bambini devono essere preparati, devono avere una consapevolezza, un luogo estraneo può essere per loro un posto spaventoso”.

La storia di Mario e della sua mamma - Una storia ha accompagnato l’associazione ed è quella “di una donna che era in carcere con Mario (nome di fantasia), un bambino che a tre anni è stato separato da lei. Questa è una separazione che non dimenticherò mai: il bambino aveva delle crisi, vomitava, non si può descrivere la sofferenza”, racconta Sacerdote. “Poi questa donna è rimasta in carcere perché doveva scontare ancora degli anni di pena. La bambina più grande era fuori, andava a visitare prima la mamma col fratellino, poi solo la mamma, quando il fratellino è uscito. Questa bambina nel frattempo è diventata adulta, ha avuto una bambina: la mamma è diventata nonna in tutti quegli anni che è rimasta in carcere. Abbiamo conosciuto tre generazioni”.

Dalla legge Finocchiaro al decreto Sicurezza - Nei 25 anni di attività di Bambini senza sbarre il lavoro di advocacy su questo tema è stato molto importante, ha portato alla legge 8 marzo 2001, n. 40, nota come legge Finocchiaro, con cui è stata tolta l’obbligatorietà della pena delle donne incinte e nel primo anno di vita dei bambini. Anche la legge n. 62 del 21 aprile 2011 ha introdotto importanti tutele per i figli minori delle detenute, stabilendo che le madri con figli fino a sei anni di età non possono essere sottoposte a custodia cautelare in carcere, ma stanno negli istituti a custodia attenuata per madri-icam, salvo casi di “esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”.

“Eravamo arrivati quasi a svuotare il carcere dai bambini, finché l’obbligatorietà della pena delle donne incinte e nel primo anno di vita dei bambini è stata tolta con il decreto Sicurezza. Ci siamo detti: “Non è possibile che sia così, su questo abbiamo lottato per oltre 20 anni”. Non è necessario che i bambini abbiano questa sofferenza. È un peccato che si pensi che il carcere possa essere un deterrente, che possa servire a far sì che le cose cambino. Ci sono delle leggi di civiltà e credo che le cose buone fatte finora possano recuperare la loro forza”.

Le case-famiglia protette: solo due - La legge 62/2011 ha introdotto anche le case-famiglia protette, strutture residenziali di tipo familiare alternative al carcere istituite per consentire alle madri detenute (o sottoposte a misure cautelari) di scontare la pena con i propri figli minori. Ma in Italia sono solo due: la Casa di Leda a Roma e la struttura gestita dall’associazione Ciao a Milano. “Con un decreto del 2023 sono stati stanziati 1,5 milioni di euro per le comunità mamma-bambino, spero che se ne costruiscano altre. Ripeto, non si comprende l’idea che il carcere serva e che sia un deterrente pensare che tocchi i bambini”.

25 anni per i diritti dei figli dei detenuti - “Quest’anno entriamo nel venticinquesimo anno di lavoro dell’associazione”, dice Lia Sacerdote. “Io ho sempre sentito una grande responsabilità delle cose che facciamo, oltre a esserne assolutamente convinta: ero sola quando ho fondato l’associazione nel 2002”. La voce di Sacerdote è commossa mentre parla, ripercorre il lavoro che ha portato avanti nell’arco di 25 anni. Sta preparando un grande evento che si terrà il 12 giugno a Milano, nella Sala Alessi di Palazzo Marino: l’Italia ospita la 18ª Conferenza Internazionale della rete europea Children of prisoners Europe-Cope.

La Conferenza internazionale fa tappa a Milano - Bambini senza sbarre “porta avanti un grande lavoro di advocacy, difficile e pesante. Però ha senso, abbiamo scelto di essere nelle cose concretamente”. La Conferenza internazionale, promossa e organizzata da Bambini senza sbarre sotto l’egida dell’Unione europea, è ospitata a Milano dopo Berlino, Amsterdam, Lisbona, Malta, Edimburgo, Zagabria, Oslo, Zagabria, Parigi e altre città europee. L’evento accoglie una platea di rappresentanti istituzionali, del Consiglio d’Europa, di circa 45 organizzazioni non governative di 32 paesi europei ed extra europei. Il tema “Costruire ecosistemi olistici per i bambini con un genitore in carcere. Tra ong, carceri, scuole, media e società” pone al centro dell’agenda europea ed extraeuropea la sfida della garanzia dei diritti, tutela e continuità affettiva per i minorenni che vivono la detenzione di un genitore con il coinvolgimento di tutti i sistemi socioeducativi coinvolti in un unico obiettivo sinergico.

100mila figli di genitori detenuti - “La composizione degli interventi mira a connettere e rappresentare la pluralità degli stakeholder oggi coinvolti nella complessa realtà del gruppo sociale a rischio di emarginazione, discriminazione e stigma, composto, in Italia, da 100mila figli di genitori detenuti, 2,4 milioni in Europa, oltre 23,5 milioni nel mondo”, dice Sacerdote. La Conferenza, aperta al pubblico, desidera incoraggiare i partecipanti a superare le barriere culturali, i cosiddetti “silos”, e costruire collegamenti concreti tra istituzioni, ong, agenzie educative che coinvolgano genitori detenuti, figli e famiglie, promuovendo politiche e servizi verso una visione educativa circolare e intersettoriale, dunque olistica. “Ci colpisce il gran numero di presenze. La rete europea che abbiamo contribuito a fondare nel 2002 era formata inizialmente da tre Paesi, Francia Italia e Belgio, adesso siamo più di 20. La rete è diventata grande e il lavoro che abbiamo sviluppato in Italia ha una posizione in Europa.

Da 12 anni la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti - Per la prima volta in Europa, dopo un percorso durato diversi anni, il 21 marzo 2014 venne firmato il protocollo pionieristico tra il ministero di Giustizia, l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre. Venne sottoscritta anche la Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti. “Il documento, che viene rinnovato ogni quattro anni, è redatto dal Gruppo di lavoro per la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza-Gruppo Crc, mira a tutelare il diritto del minore a mantenere un legame affettivo continuativo con il genitore recluso, supportando al contempo il suo diritto alla genitorialità”, continua Sacerdote.

La firma alla Carta, apposta dal ministro in carica Andrea Orlando, dall’allora garante Vincenzo Spadafora e da Lia Sacerdote, ha dato il via a un processo di trasformazione e a una serie di interventi, dettati dalle linee guida della Carta che mettono al centro dell’attività il diritto al mantenimento del legame padre-figlio, impegnando il sistema penitenziario a trasformare gli aspetti di trattamento e di cura del detenuto, considerando il suo ruolo genitoriale, e a cambiare la propria cultura dell’accoglienza, consapevole della presenza del minorenne innocente e libero. Alla firma della Carta era presente anche Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato.