di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 6 agosto 2026
La storia della più giovane detenuta che si è tolta la vita nel 2026. Tossicodipendente, aveva chiesto di essere curata, di poter scontare la pena per furti e ricettazione, in una Comunità. Era una ragazza a cui bastava una speranza per guardare al suo futuro. Ma aveva bisogno di essere curata dalle sue dipendenze, lo aveva chiesto lei stessa. Ma le hanno negato sempre tutto: no alla Comunità, no agli arresti domiciliari a casa dei genitori, no a qualsiasi beneficio. E quando è arrivata la seconda condanna e l’hanno trasferita di carcere, si è uccisa”. Così uno dei legali che l’ha difesa ricorda Abrar Jarrar, 21 anni appena, nata a Cremona da genitori stranieri, la più giovane detenuta suicida di questo 2026. L’hanno trovata che penzolava dalla finestra della sua cella nel carcere di Spini di Gardolo a Trento la mattina del 24 maggio.
Quando se ne sono accorti respirava ancora ma è morta due giorni dopo in ospedale. Per lei e per tutti i detenuti per piccoli reati, magari tossicodipendenti, tanto giovani da poter aspirare ad una vera rieducazione e recupero gli avvocati della Camera penale di Verona a giugno hanno fatto tre giorni di astensione dalle udienze. “Un sistema che non dialoga con le reali esigenze delle persone detenute e che frappone ostacoli burocratici insormontabili all’accesso alle misure alternative e non garantisce la funzione rieducativa imposta dalla Costituzione”, la loro denuncia. Abrar doveva scontare una pena di cinque anni per furti e rapine. Era finita in manette due anni fa a Verona in un uno dei quei blitz alle stazioni contro le bande che commettono furti e aggressioni. Nata a Cremona nel 2004, a 18 anni era andata via di casa per seguire un ragazzo di cui si era invaghita ed era finita nel giro della tossicodipendenza e dei piccoli reati che ruotano attorno: furti, rapine, ricettazione. In manette a 19 anni, i due successivi passati in custodia cautelare nel carcere di Verona. Lì aveva chiesto di potere essere trasferita in una comunità per tossicodipendenti, una misura meno afflittiva del carcere. Richiesta respinta. “La sua famiglia era disposta a riprenderla a casa, avevamo preso anche i contatti con il Serd di Cremona, ma le nostre istanze non hanno mai avuto risposta”, ricorda il legale. E poi sono arrivate le sentenze: due da tre anni e mezzo ciascuna, senza il beneficio della continuazione. Condanne definitive e trasferimento nel carcere di Trento, lontano dalla famiglia. Per lei era stato disposto il regime aperto, con la possibilità di trascorrere diverse ore fuori dalla cella. “Voleva diventare gelataia, aveva seguito il corso che avevamo organizzato all’interno del carcere”, ricorda una socia dell’associazione Soroptimist. E invece, la mattina del 24 maggio, ha chiesto di rientrare un attimo in cella, ha tolto le lenzuola da letto e si è impiccata. A soli 21 anni.









