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di Marzia Zamattio


Corriere del Trentino, 17 aprile 2020

 

La scuola va sempre avanti. Anche e nonostante il coronavirus. Con modalità e tempistiche diverse, ma va avanti, a tutti i livelli e settori. Tranne che in carcere. Da quasi un mese e mezzo 180 studenti (età media 30 anni, di diversa etnia, italiani compresi) dei corsi di alfabetizzazione (elementari), medie e superiori del carcere di Spini di Gardolo, attendono di proseguire le lezioni alle quali sono iscritti.

Un'opportunità per imparare, ma anche per socializzare, per mantenere quel filo con l'esterno, con la vita. Il problema, come spiegano gli insegnanti, è solo tecnico: l'inaccessibilità a Skype per le video-lezioni. Un problema già noto alla direzione sanitaria e alla garante dei detenuti, che si stanno muovendo per risolvere la situazione. "Siamo tutti pronti per proseguire - spiega Stefano Kircher, dirigente scolastico del liceo Rosmini di Trento e coordinatore del ciclo di studi in carcere - se si potesse ripartire al più presto, accelerando la problematica dei collegamenti, sarebbe importante".

Il nodo da risolvere è nelle mani della Provincia, che in collaborazione con gli istituti scolastici sul territorio offre i corsi rivolti ai detenuti: 25 i docenti impegnati per i corsi di alfabetizzazione (tutti i giorni), medie e superiori (impegnati dalle 2 alle 10 ore a settimana). Un progetto di collaborazione in piedi già dal 2012 e nel quale si investe con convinzione per consentire ai detenuti di acquisire alcune competenze di base o di accedere ad un diploma o a una qualifica professionale specifica. Ma in questo periodo di emergenza per il coronavirus tutto si è fermato con il problema delle lezioni a distanza.

Come per le altre realtà scolastiche anche per le lezioni in carcere era stata fatta richiesta di poter attivare la didattica online, ma non è stato possibile per i problemi di linea interna del carcere. Anche per i colloqui con i parenti. Il ministero dell'Istruzione ha di recente richiamato l'attenzione sulla didattica online in carcere come diritto all'istruzione, favorendo, in via straordinaria ed emergenziale, in tutte le situazioni dove possibile, il diritto all'istruzione attraverso modalità di apprendimento a distanza anche per i detenuti. Spingendo le case circondariali ad attrezzarsi.

Anche la garante dei detenuti, Antonia Menghini, spinge per una soluzione del problema per quella che ritiene una priorità. Tanto più che ci sono una trentina di studenti che devono sostenere l'esame di terza media e, come gli altri, hanno ricevuto per sole tre volte in quaranta giorni il materiale cartaceo per le lezioni. Un modo che serve solo per mantenere un filo con gli insegnanti ma non è fare scuola, dicono gli insegnati.

I docenti delle scuole in carcere si sono raccolti, da alcuni anni, nella rete delle scuole ristrette e hanno portato avanti una battaglia incessante per far riconoscere la scuola in carcere quale elemento essenziale dell'esecuzione penale, visto che i docenti, per nove mesi l'anno, hanno un rapporto quotidiano e costante con i detenuti iscritti e rappresentano, per loro, l'unico contatto col mondo esterno nel quale prima o poi torneranno.

Oggi, però mentre le scuole esterne continuano, anche se con difficoltà, il proprio percorso, gli studenti in carcere non hanno più alcun rapporto diretto con i propri insegnanti, se non mediato da materiale cartaceo consegnato tramite educatori o agenti penitenziari che spesso, per le condizioni di invivibilità interna, non potranno essere neppure lette.

"Attendiamo che la Provincia finisca di sistemare i collegamenti per poi ripartire - conclude Kirchner - la scuola per gli studenti è molto importante, specialmente ora, in questa emergenza, isolati ancora di più: serve per impegnarli e vedere il futuro".