di Dafne Roat
Corriere del Trentino, 22 dicembre 2021
La direzione del carcere di Spini di Gardolo ha attivato un piano di prevenzione contro i suicidi e gli atti di autolesionismo. "Dateci dei barattoli di vernice che tinteggiamo noi i muri, lo possono fare anche i detenuti". Lo dice sorridendo, ma non è uno scherzo. La comandante della polizia penitenziaria, Ilaria Lormartire, riflette su un problema noto della casa circondariale di Trento: struttura moderna, ampi spazi, ma asettica, fredda e spersonalizzante. E ricorda un progetto fatto nel carcere di Brindisi con il liceo artistico di Lecce: "Hanno progettato un allestimento della sala colloqui con pannelli che rappresentavano una storia".
Piccoli gesti, un esempio di solidarietà molto lontano dalla realtà quotidiana del carcere trentino. "Una cattedrale nel deserto", l'avevano definita qualche tempo fa gli avvocati della Camera penale di Trento, lanciando l'allarme sulla carenza del personale.
Problema mai risolto, ancora oggi nella struttura di Spini di Gardolo sono in servizio 148 agenti e si registra una carenza organica di quasi ottanta persone. Tutto questo a fronte di circa 297 detenuti ospiti del carcere di Trento (molti di più rispetto alla soglia di 240 fissata nell'accordo tra Provincia e Dipartimento all'apertura della struttura).
In realtà - ricorda Lomartire - "la capienza riconosciuta dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è di 400 detenuti". Quindi si è ancora sotto soglia, ma i problemi del carcere di Trento sono sotto gli occhi di tutti, basta analizzare alcuni numeri di ottobre. Negli ultimi sei mesi ci sono stati sette suicidi, fortunatamente tutti sventati, 29 atti di autolesionismo e 37 colluttazioni. Dati drammatici.
La direzione sta lavorando con in mente un unico obiettivo: "Rendere il carcere più umano e sereno per tutti", ha detto la direttrice Annarita Nuzzaci, a margine dell'incontro in tribunale per la consegna da parte del procuratore Sandro Raimondi dei panettoni prodotti dai detenuti dell'istituto penitenziario di Padova al personale della Procura. Un gesto simbolico importante, testimonianza della riabilitazione dei detenuti. "Anche da cose come questa passa il reinserimento di chi sta in carcere", ha spiegato Raimondi Il procuratore ha poi lanciato un appello al dirigente nazionale delle strutture di reclusione italiane, Bernardo Dino Petralìa, per avviare un progetto di collaborazione con la polizia penitenziaria, "due mondi - ha detto - che devono conoscersi e parlarsi di più".
Piccoli passi e gesti per abbattere muri e costruire un carcere più umano e riabilitativo. È questo il senso dell'iniziativa che vuole essere un modo anche per costruire nuove sinergie tra magistrati e l'amministrazione penitenziaria. Non si lavora solo all'esterno, ma anche dentro le mura. Qualcosa è stato fatto, ma la strada è ancora lunga.
"Abbiamo potenziato l'assistenza sanitaria che oggi è presente h24 e abbiamo attivato un piano di prevenzione delle condotte suicidarie e degli atti autolesionistici che vede coinvolti tutti gli attori del carcere - spiega la direttrice -, è un problema difficile che può essere risolto solo quando c'è una collaborazione di tutte le persone. Poi c'è stato il dramma della pandemia che ha depauperato le forze a disposizione, ma l'impegno è, se possibile, ancora maggiore". Il carcere ha invece retto molto bene l'impatto della pandemia. Attualmente non ci sono detenuti positivi. "Il picco massimo dei contagi lo abbiamo avuto all'inizio del 2021 - spiega la comandante Lomartire - con 34 detenuti contagiati, circa il 10% dell'intera popolazione. Il sistema è collaudato e la struttura ci agevola molto".
Dall'inizio dell'emergenza sanitaria a Spini di Gardolo hanno riorganizzato gli spazi con una sezione riservata ai nuovi ingressi. "Devono fare cinque giorni di isolamento e due tamponi", spiega Lomartire. Per quanto riguarda i colloqui vengono organizzati in base alle sezioni di appartenenza per circoscrivere possibili contagi. Poi ci sono le videochiamate: "L'amministrazione ci ha subito dotati di smartphone e credo che questa sarà una modalità che rimarrà anche dopo la pandemia, ha dato la possibilità a molti detenuti stranieri di avere un contatto con la famiglia che prima non avevano".









