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di Chiara Marsili

Corriere del Trentino, 25 giugno 2023

Punzo, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia in Trentino con un laboratorio tra i boschi “Le sbarre? Una metafora dell’esistenza, la cultura porta libertà e consapevolezza”. Il suo nome, la sua vita e il suo lavoro sono legati al carcere di Volterra. Un luogo che è stato trasformato da istituto di pena a centro culturale, capace di coinvolgere ottanta detenuti-attori e produrre circa 40 spettacoli di altissimo livello artistico.

È Armando Punzo, recentemente vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, che ora torna in Trentino per un laboratorio unico. La terza edizione del “Maggese”, dal 7 al 10 settembre negli spazi del Masetto, a Terragnolo, trai boschi del Trentino (info e iscrizioni entro il 30 giugno su www.spaziooff.com). Un luogo isolato per lavorare con Armando Punzo e la psicoterapeuta Chiara Lui sul tema del ruolo.

Punzo, perché in Trentino un laboratorio come il Maggese?

“È un lavoro nato grazie a Daniele Filosi di Spazio Off, una sollecitazione che ha incontrato il mio interesse. Faccio un lavoro che non ha a anche fare direttamente con la psicologia, ma volevo esplorare la possibilità di questo connubio. Si parla della questione del ruolo, come questo è inteso anche dalla psicologia costruttivista”.

Cosa si intende per ruolo nel suo teatro?

“Il mio lavoro è improntato sull’idea che tutto può e deve essere messo in discussione. Da anni ho l’impressione che viviamo in un’epoca storica in cui nulla si può fare. Siamo come depotenziati. Come se la realtà avesse vinto e non ci fosse nulla da provare da immaginare. Invece Volterra è stata trasformato da istituto di pena a istituto di cultura. Questo dimostra che si può cambiare tutto, anche le persone.

Perché ha deciso di lavorare in questa specifica dimensione, con persone condannate a pene lunghe di carcere?

“Il tema originario era una riflessione sulla condizione di prigionia, indipendentemente dal carcere reale. Ci costruiamo società che invece di sostenere le possibilità le limitano. Quando sono entrato in carcere ero interessato alla prigione come metafora, non alle storie e all’attualità. Non sono un educatore o uno psicologo: volevo riformulare il teatro, lo spazio della libertà per eccellenza, in un luogo che sembra non accettare la libertà e con attori non professionisti. Questo 35 anni fa”.

Ha vinto il Leone d’Oro alla carriera della Biennale di Venezia, che significato ha per lei?

“Questo premio è il riconoscimento a un’idea che è significativa anche se non fa tanti numeri, anche se si tratta di una pratica quotidiana in un luogo difficile. Il Leone del l a Bi e nnal e di Ve nez i a mette in luce un’esperienza radicale, che va in profondità.

A Volterra sta nascendo un teatro stabile in carcere. Servirebbero più esperienze artistiche così in tutta Italia?

“A Volterra dopo più di 20 anni di tentativi stiamo arrivando alla costruzione di qualcosa di concreto, che dovrebbe essere agibile nel 2024. Uno spazio teatrale in carcere dove potere accogliere spettatori anche d’inverno e mostrare i nostri lavori alle scuole. La nostra esperienza ha aperto la strada: stiamo lavorando con fondazioni bancarie per cercare di seminare buone pratiche anche in altre carceri”.