di Donatello Baldo
Corriere del Trentino, 19 ottobre 2019
Con il lavoro, dentro e fuori dal carcere, la recidiva diminuisce. "Drasticamente", sottolinea la Garante dei detenuti Antonia Menghini, tra gli ospiti ieri dell'incontro "Fare impresa in carcere" che si è svolto all'interno degli spazi di Fa' la cosa giusta, organizzato da "Liberi da Dentro", la rete che riunisce associazioni e realtà istituzionali. "Una diminuzione drastica, dove ogni punto percentuale in meno di persone che tornano a delinquere vale milioni di euro", in sicurezza, in servizi sociali, in spese carcerarie e di giustizia.
All'incontro di ieri anche Abder, marocchino. "Fino a 13 anni ero nel mio Paese, andavo a scuola tutti i giorni e tutti i giorni mi facevo 16 chilometri in bici. Ma eravamo poveri e volevo venire in Europa. Ho chiesto ai miei di raccogliere i soldi per il viaggio, tra gli amici, tra i parenti". Immaginava di trovare lavoro, fortuna: "Ma lavoro non ce n'era e così sono finito in strada. Poi lo spaccio per vivere e il conseguente arresto, ancora minorenne". Poi la liberazione, di nuovo senza casa e senza una protezione sociale per il reinserimento: "Un altro arresto, ma questa volta non avevo fatto nulla. Nove anni, poi patteggiati a quattro". Di nuovo libero, un'altra recidiva: "Avevo trovato un lavoro, ma mi era scaduto il permesso di soggiorno e non potevo essere assunto. E allora di nuovo in strada, e un nuovo arresto. A Trento".
E a Trento Abder ha trovato un lavoro all'interno del carcere, ha frequentato da detenuto le scuole serali: "Ora sono uscito e lavoro in una cooperativa sociale. Non sono stato lasciato solo e sono così riuscito a ricostruirmi un vita e una famiglia".
Una storia a lieto fine che statisticamente rappresenta però un'eccezione: "Nella Casa circondariale di Spini risultano assunti 22 detenuti con la cooperativa Venature - spiega la garante - più 40 persone in formazione con Kaleidoscopio per turni di due mesi. Altre cooperative hanno abbandonato i progetti per mancanza di commesse o per altri problemi. Altri detenuti svolgono lavori per il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, come cuoco o addetto alla manutenzione, oppure come scopino, spesino e altri impieghi minori". Numeri irrisori se si considera la totalità dei 330 detenuti presenti.
Tra chi ce l'ha fatta, anche grazie alla disponibilità di un'imprenditrice che ha vinto il suo iniziale scetticismo - "Non do lavoro a un ex detenuto" - c'è Geraldo. È albanese e aveva raggiunto l'Italia per ricongiungersi con le sorelle: "Qui ho scoperto che potevo fare soldi facili, in modo veloce e con poca fatica", con un metodo che però l'ha portato in carcere: "Mi hanno dato 5 anni di reclusione". In carcere però inizia a studiare: "Ho ripetuto le medie per prendere la licenza e poi ho frequentato con successo i primi due anni del liceo Rosmini. E mentre studiavo in carcere ho trovato anche un lavoro di digitalizzazione dati".
Una formazione che gli è stata utile anche dopo: "Sono uscito come misura alternativa alla carcerazione, ora sono in regime di obbligo di firma, ma lavoro a Vicenza, ospitato da un centro di accoglienza della Caritas e alle dipendenze di una ditta che si occupa proprio di digitalizzazione".
"Per poter uscire dal carcere senza più tornarci - spiegano i promotori della rete Liberi da Dentro - è necessario il lavoro. Sia all'interno delle strutture che al di fuori. Per questo ci rivolgiamo agli imprenditori del territorio affinché diano la loro disponibilità. Ridurre la recidiva significa aumentare la sicurezza e l'inclusione sociale".










