di Luca Andreazza
ildolomiti.it, 11 agosto 2023
L’esperto: “Rischiano di uscire ed essere peggio di prima”. Fra i detenuti sono molti quelli che si sottopongono a cure ansiolitiche e psichiatriche. Le Rems hanno pochi posti, Angelo Parolari presidente di “Voce Amica” spiega che l’assenza strutture adatte e personale adeguato rischiano di rendere nulla la funzione rieducativa e riabilitativa del carcere: “Alla fine rischiano di uscire dalla struttura incattiviti e vere e proprie bombe ad orologeria”. Preoccupazione anche da parte della Polizia penitenziaria, Mazzarrese: “Difficile gestire certi detenuti”.
Il carcere per le persone con problemi psichiatrici autori di reati non è il luogo adatto per scontare la pena. A pensarlo sono in molti, da chi si occupa dei detenuti a livello sanitario a chi se ne occupa, invece, dal punto di vista della sorveglianza come i poliziotti penitenziari.
La chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, avvenuta ormai diversi anni fa, è stato un importante passo. Da quel momento, però, le risposte alternative che lo Stato attraverso il Sistema Sanitario Nazionale, ha cercato di offrire sono state insufficienti. Le cosiddette Rems (residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) ad oggi restano gravemente deficitarie. Più volte gli stessi agenti di polizia che lavorano hanno chiesto aiuto affinché questi posti vengano aumentati. Richieste, però, che sono cadute nel vuoto.
La situazione è critica anche al carcere di Trento a Spini di Gardolo. Qui, alla fine dello scorso anno, erano circa una settantina i detenuti che soffrivano di vari disagi psicologici, a cui si aggiungono problemi di tossicodipendenza. Il 90% dei detenuti, sempre secondo gli ultimi dati di fine 2022, si sottoponeva a cure ansiolitiche e psichiatriche. L’assistenza per tutto questo non è mai stata abbastanza.
“Anche a Trento la situazione è critica, queste persone non dovrebbero stare in carcere. Dovrebbero certamente scontare la pena ma in una struttura adatta” spiega a il Dolomiti, Angelo Parolari presidente di “Voce Amica”, la comunità terapeutica riabilitativa che si trova a Nomi e che ha come direttore sanitario il professor Carlo Andrea Robotti specialista psichiatra, neurologo e psichiatra Forense, psicoterapeuta e criminologo. Un progetto, questo, che ha radici profonde e che nasce alla fine degli anni ‘70 in una canonica dove don Antonio Busacca, all’epoca parroco della borgata, coadiuvato da un gruppo di volontari, era riuscito a creare una linea telefonica per l’aiuto a persone disagiate, tossicodipendenti in particolare.
“In carcere a Trento - spiega Parolari - sono diversi ad oggi i reclusi con disturbi mentali di varia entità. Alcuni si trovano ad affrontare psicopatologie rilevanti. La struttura di Spini di Gardalo e in generale anche molte altre carceri italiane non hanno la capacità di curare queste persone che vengono affidate alla polizia penitenziaria o all’infermeria dopo è evidente che non possono essere seguiti adeguatamente”.
Le criticità sono state sollevate più volte dalla Garante dei Detenuti, la professoressa Antonia Menghini, che nell’ultima relazione ha sottolineato anche come non si sia ancora arrivati alla realizzazione di un adeguato centro diurno, immaginato come un luogo in cui le persone affette da disagio psichico potrebbero essere seguite durante la giornata. C’è poi il tema della ormai cronica carenza di personale. Di recente, fra l’altro, è stato registrato anche il trasferimento della persona esperta in psichiatria che lavora in carcere da ormai diverso tempo. Al suo posto, secondo quanto detto dall’Apss, sarebbe arrivato un nuovo professionista.
“Tutto questo cosa provoca? Che le persone che hanno problemi di salute mentali e che vengono detenute in carcere senza un adeguato percorso - spiega sempre il presidente di ‘Voce Amica’ - alla fine della pena escono in una situazione peggiore di prima non avendo intrapreso alcun percorso riabilitativo. Escono dalla struttura incattiviti e vere e proprie bombe ad orologeria”.
È ovvio che in una situazione del genere quell’importante funzione rieducativa e riabilitativa del carcere, stabilita in maniera chiara dalla nostra Costituzione, va a scemare. “Sono stati chiusi gli ospedali psichiatrici e aperte le Rems ma queste sono insufficienti” continua Parolari. “La legge Basaglia è stato un ottimo provvedimento ma prevedeva oltre alla chiusura di questi luoghi indegni anche la creazione di strutture atte a seguire queste persone. Così però non è avvenuto” conclude.
“Lo abbiamo detto più volte e ci siamo anche già rivolti alle istituzioni. Qua manca l’equipaggiamento, mancano le strutture e tanti di noi non hanno le conoscenze professionali per seguire questa tipologia di detenuti”. A dirlo è Andrea Mazzarese, il segretario regionale del Sinappe, il sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria che da ormai diverso tempo sta portando avanti le richieste dei poliziotti che lavorano in carcere a Trento e che si trovano in difficoltà.
Da un lato la carenza di personale dall’altra situazioni che possono diventare davvero complicate da gestire. “Anche di recente - spiega a il Dolomiti Mazzarese - ho sollevato la questione con le istituzioni locali. Come Sinappe abbiamo chiesto di aumentare di almeno altri 10 posti quelli presenti nella Rems. Alla fine siamo noi che ci troviamo davanti questi detenuti e non è semplice”.
Un problema non di poco conto per chi svolge il lavoro di sorveglianza a tutela degli operatori che si trovano all’interno dell’istituto. “Siamo sempre carenti numericamente anche se di recente abbiamo avuto una integrazione che però non è riuscita nemmeno a coprire i poliziotti che sono andati in pensione. Numeri irrisori di nuovi arrivi che non ci permettono nemmeno di fare turni di lavoro ordinari”. Fra le richieste che sono state fatte dai poliziotti quella di essere dotati del teaser da usare “in caso di emergenza”.










