di Currò Dossi
Corriere del Trentino, 17 febbraio 2026
L’avvocato Nettis: “Doveva essere sorvegliata”. La famiglia si è opposta alla richiesta di archiviazione. Non avrebbe dovuto avere i lacci e avrebbe dovuto essere sottoposta a una “attenta osservazione continuativa”, come prescritto dal medico della struttura carceraria. Sono i due punti sui quali insiste l’avvocato Nicola Nettis che, insieme alla collega Rosa Ugolini, del foro di Bologna, assiste la madre e lo zio della detenuta altoatesina di 37 anni, trovata in fin di vita nel vano docce della sezione femminile del carcere di Spini di Gardolo il 2 dicembre 2023, con un laccio per le scarpe intorno al collo, e morta tre giorni dopo all’ospedale Santa Chiara di Trento.
Sul caso, la Procura di Trento aveva aperto un fascicolo d’indagine a carico di ignoti e disposto l’autopsia sul corpo della trentasettenne. Dall’esame, erano emersi alcuni dettagli in più sulla sua drammatica morte. Il laccio, aveva riferito l’avvocato Nettis, era risultato legato al rubinetto del vano docce. Il consulente del pm aveva chiarito come fosse sufficiente che due terzi del peso corporeo fossero sospesi, per provocare la morte per asfissia anche se, come nel caso specifico, i piedi avessero toccato terra. Insomma, non erano emersi dubbi sulle cause del decesso della detenuta. La Procura aveva dunque chiesto l’archiviazione del fascicolo, ma la famiglia della donna si è opposta.
L’udienza per discutere dell’opposizione all’archiviazione è in programma il primo di aprile. Sono due gli argomenti principali attorno ai quali ruota la tesi degli avvocati di parte civile. “Anzitutto - dice Nettis - c’è la questione dei lacci per le scarpe. La donna non avrebbe dovuto averli, dal momento che si trovava in regime di isolamento”. Il secondo punto riguarda la sorveglianza. “Per poter procedere alla sanzione disciplinare dell’esclusione dalle attività in comune, ossia l’isolamento - spiega ancora il legale -, è necessario un propedeutico benestare, ossia un certificato medico”.
Certificato che è stato effettivamente rilasciato dal medico della struttura detentiva di Spini di Gardolo, osserva l’avvocato, “ma con una prescrizione. Lo specialista aveva ritenuto che la detenuta potesse essere messa in isolamento, ma che questo regime di detenzione avrebbe potuto favorire atti autolesionisti, motivo per cui aveva consigliato una attenta osservazione continuativa”. Che, sostiene Nettis, sarebbe stata elusa.
“Siamo dell’idea che sia possibile ricostruire l’esatto momento in cui questo è avvenuto - aggiunge - considerato che la trentasettenne è stata messa in una cella da sola lo stesso giorno dei fatti, avvenuti solo poche ore dopo”. Proprio per chiarire questi aspetti, chiederà al giudice per le indagini preliminari (Gip) di disporre indagini ulteriori.










