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di Roberto Pinter

 

Corriere del Trentino, 28 gennaio 2021

 

La morte per freddo di un clochard a Rovereto ha destato scalpore. Ecco, mi piacerebbe adesso che tornassimo a indignarci per le molte disuguaglianze. Che qualcuno possa morire di freddo al giorno d'oggi è difficile da accettare, ma la domanda è: cosa è invece più facile da accettare? In una società programmata per produrre anche scarti umani ci si può meravigliare che ogni tanto questi scarti siano visibili e ci obblighino a qualche sussulto di coscienza e a qualche buon proposito?

Se ci sono 238 posti letto per i senza tetto nel nostro tranquillo Trentino non è un problema, lo è se manca il 239 posto che magari avrebbe salvato una vita, e forse anche no visto che ci sono "scelte" di libertà che si sottraggono all'assistenza. Se si ammazza qualche detenuto per tortura o per rivolte dovute al Covid è un problema, e certo che lo è e pure gravissimo, ma non lo è se riempiamo le carceri di piccoli delinquenti fino a farle scoppiare. Se ogni supermercato ha una presenza fissa di questuanti è perfino fastidioso, ma se vediamo che i ricchi hanno accresciuto la ricchezza anche grazie al Covid non ci da fastidio più di tanto. Non voglio dire che chi si agita per una morte all'addiaccio sia mosso da falsa carità o perché voglia rimuovere i segni della povertà, mi domando solo se è sufficiente questa indignazione mentre non ci si indigna più per la vergognosa crescita delle disuguaglianze.

Cosa dovremo fare: preoccuparci che nessuno muoia per strada da solo? Certo che dobbiamo preoccuparci, ma ci basta? Possiamo velocizzare la raccolta dei rifiuti e continuare a produrne di più? Non ha molto senso, o meglio lo ha solo quando anche i rifiuti sono occasione di business. Analogamente possiamo moltiplicare i posti letto per i senza tetto o i beneficiari dei redditi di cittadinanza e continuare a produrre disoccupazione, precarietà e povertà? Ho la sensazione che la povertà, superata l'evidenza della fame, sia diventata normalità nel paesaggio della nostra società contemporanea, ma non per insensibilità, bensì per accettazione del modello di sviluppo che comporta appunto alcuni scarti.

La stessa sinistra ha finito per dimenticarsi degli ultimi se non come destinatari delle politiche di protezione sociale, per includerli, ma mai come persone da rappresentare nei loro bisogni di cittadinanza o soggetti di un processo di emancipazione sociale. Includere o emancipare sono due cose differenti. Nel primo caso si parla di meriti e di opportunità e si offre qualcosa agli esclusi dalla corsa allo sviluppo. Nel secondo caso si parla di uguaglianza e di cittadinanza per tutti. Ecco, mi piacerebbe che tornassimo a indignarci non per il caso di cronaca o per ciò che sui social commuove, ma per quello che non va e che non si dice, per una struttura iniqua e di classe che controlla il potere e la ricchezza e per il conformismo che finisce per accettare questa struttura come l'unica possibile e dunque immodificabile.