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di Dafne Roat

Corriere del Trentino, 10 aprile 2022

Procura e avvocati penalisti interpellano la Provincia Ruscitti: sono sufficienti. Fedrizzi: serve una struttura intermedia. Lo sforzo di chiudere la porta su un passato poco nobile è importante, ma le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) devono fare i conti con i numeri e con un errore di fondo: “Si pensa che tutto sia curabile, ma non è così”, osservano gli esperti.

Franco Corleone, l’aveva definita la “rivoluzione gentile”. Era il 27 gennaio 2017. Il commissario governativo per il superamento degli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari) aveva parlato della chiusura dei sei ex manicomi criminali - avvenuta dopo 150 anni per effetto della legge 81 del 2014- a Trieste, città che ricorda Franco Basaglia con il suo ripensamento del trattamento della malattia mentale e dei concetti di diversità e pericolosità che riportò la psichiatria in ambito sanitario.

Le Rems avrebbero dovuto trasformare il mondo della riabilitazione psichiatrica per chi ha commesso un reato ed è stato prosciolto perché giudicato incapace al momento del fatto, ma, a detta degli stessi giudici costituzionalisti restano delle criticità. Poi c’è il nodo dei numeri.

“Abbiamo in carcere una popolazione vastissima di detenuti con disturbi psichiatrici e il paradosso è che molti malati psichici non possono andare nella Rems perché non c’è posto, tutto questo crea enormi tensioni all’interno della casa circondariale”, spiega il presidente della Camera penale, Filippo Fedrizzi. Il tema è complesso e Procura, Provincia e Azienda sanitaria hanno avviato un dialogo, per decidere cosa fare. Una spinta arriva anche da una recentissima sentenza della Consulta, del gennaio scorso, che di fatto sostiene la necessità di cambiare la legge. Secondo la Corte Costituzionale “l’attuale sistema non tutela in modo efficace né i diritti fondamentali delle persone potenziali vittime di aggressioni - scrive la Corte - né colui che sia affetto da patologie psichiche, il quale ben potrebbe nuovamente porre in essere episodi di violenza, e nemmeno il diritto alla salute del malato”.

In questo quadro si inserisce il ragionamento avviato da Procura e Provincia che dovrebbe porre un rimedio anche al nodo della capienza. “Il problema esiste, siamo in contatto con l’assessorato e il Dipartimento della prevenzione e salute per valutare la situazione e trovare una soluzione, faremo un incontro”, spiega il procuratore Sandro Raimondi. “Il numero dei posti nelle Rems viene calcolato in base alla popolazione ed è l’autorità giudiziaria che chiede l’assegnazione e stabilisce il periodo di permanenza”, sottolinea Giancarlo Ruscitti, dirigente generale del Dipartimento salute.

La Rems di Pergine ha aperto nel 2015 allora c’erano solo tre trentini in Opg pertanto era stato fatto un lavoro di rete ed era stato deciso, considerate le necessità del territorio trentino, di creare una struttura con 5 posti per il Trentino (la legge a livello nazionale prevede un massimo di 20) e visto che l’Alto Adige non aveva previsto strutture sue, vengono creati altri cinque posti per gli altoatesini. “Numeri sufficienti”, secondo Ruscitti. Sono di altro avviso la Procura e gli avvocati. La Camera penale sottolinea “la mancanza di tutela, non solo per i pazienti che andrebbero curati, ma anche per il sistema carcere. Non a caso - sintetizza Fedrizzi - dall’ultima relazione sui tentativi di suicidio in carcere emerge che molti sono commessi da detenuti psichiatrici”. Poi c’è “il tema del reinserimento sociale che è alla base delle Rems - continua Fedrizzi -, uno degli obiettivi dell’abolizione degli Opg era quello di arrivare a una maggiore inclusione ma si fatica a trovare gli attori che consentano un graduale inserimento nella società, il sistema della Rems è detentivo e sarebbe importante un regime misto, spesso una volta usciti dalle Residenze i malati sono abbandonati alle famiglie. Bisognerebbe aumentare i posti e investire su strutture diverse che agevolino il ritorno nella società”.

Il tema s’interseca con quello della territorialità. Il malato psichico ospite nella Residenza per la misura di sicurezza deve appartenere a quel territorio, altrimenti il reinserimento diventerebbe più difficile. Alla Rems di Pergine si tiene un registro che attesta la situazione effettiva relativa alla capienza, in sette anni è quasi sempre stata piena (arrivano richieste da tutta Italia ma non sono mai state accettate), tra il 2020 e il 2021 non ci sono state persone in lista d’attesa. Nel 2019 erano due i trentini che aspettavano di essere accolti nella struttura. Attualmente tra le persone ospiti della Residenza creata all’interno dell’ex ospedale psichiatrico non c’è nessuno che abbia commesso un omicidio o reati particolarmente gravi. In sette anni complessivamente ci sono stati 50 pazienti ospitati e la permanenza in media dura dai 3 giorni ai 3 anni. È il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) a sorvegliare, mentre il periodo di permanenza è deciso dal giudice. Il paziente ha la possibilità di uscire per lavorare, “si fanno progetti molto interessanti, ma serve uno sforzo in più in termini di investimenti”, sottolinea Fedrizzi.