di Fabiana Marcolini
L’Arena, 30 maggio 2026
Giovanissima, si era allontanata dalla famiglia. Arrestata durante il blitz in stazione, nel 2025 la prima condanna a 4 anni. Era giovanissima quando la sua vita ha preso una piega sbagliata, quella che l’ha allontanata dalla famiglia, l’ha avvicinata al ragazzo che non era un punto di riferimento o forse lo era. Ma anche quello era sbagliato. Abrar era nata a Cremona nel settembre 2004, aveva 19 anni quando in stazione si verificò il blitz che smantellò la gang responsabile di furti, rapine, aggressioni. E il suo nome figurava tra quelli per i quali il gip dispose la custodia cautelare in carcere. Giovanissima anche quando, un anno dopo, arrivò la prima condanna a 4 anni e due mesi per i fatti della stazione e non solo (un’aggressione, una rapina all’Adigeo, resistenza e ricettazione). Era a Montorio, aveva chiesto di essere curata, di andare in comunità.
Era lei la “giovane donna di 21 anni detenuta per quasi due anni senza che la Magistratura abbia mai ritenuto di accordarle una misura meno afflittiva della custodia cautelare” alla quale la Camera Penale scaligera ha fatto riferimento nel comunicato con il quale annuncia l’astensione dalle udienze penali dal 23 al 25 giugno. Era Abrar che il 24 maggio, di domenica, ha tentato di uccidersi in una cella a Gardolo e che due giorni dopo è morta in ospedale. L’ennesimo suicidio in carcere che per i penalisti è la conseguenza di “un sistema che non dialoga con le reali esigenze delle persone detenute e che frappone ostacoli burocratici insormontabili all’accesso alle misure alternative e non garantisce la funzione rieducativa imposta dalla Costituzione”.
I legali - “Non ricordo quando l’ho vista l’ultima volta a Montorio”, spiega uno dei legali che l’ha seguita e come conferma anche un suo collega: “Era una ragazza sorridente, le bastava la speranza di poter cambiare per accendere il sorriso. Ma aveva bisogno di essere curata, e lo aveva chiesto. La sua famiglia era disposta ad accoglierla a casa, ai domiciliari e avevamo preso contatti con il Serd di Cremona ma le risposte non sono mai arrivate”. Un peso che è diventato insopportabile quando alla prima condanna si erano aggiunti i 3 anni e mezzo per altri piccoli furti aggravati dalla violenza, ovvero rapine, commessi poco prima del suo arresto, l’ultimo ai primi di luglio del 2024. E gli anni da scontare erano diventati poco più di sette. “Le è crollato il mondo addosso, considerando che i fatti erano vicini e con le medesime modalità sarebbe stato forse possibile applicare la continuazione”, prosegue il legale.
Entrambe le condanne sono diventate definitive e Abrar è stata trasferita, la famiglia aveva nominato difensori diversi, di Trento e Bolzano, affinché potessero essere più a contatto con lei. Un ambiente forse diverso ma il carcere resta tale e la prospettiva di poter avere una seconda possibilità dopo quasi due anni si era ristretta. Una situazione, quella dei detenuti, che i penalisti scaligeri avevano sollevato sin da dicembre 2025 lamentando, tra le numerose disfunzioni, anche i lunghi tempi di attesa sulle istanze di misure alternative. Per questo il 9 marzo era stato proclamato lo stato di agitazione per la situazione del tribunale di Sorveglianza di Venezia e Verona e “non essendo pervenuto alcun riscontro” si asterranno dalle udienze. Tardi per Abrar.









