di Lorenzo Padoan
Corriere del Trentino, 4 marzo 2026
“Il carcere è sotto stress, il 67% dei detenuti è straniero”. Il Garante dei detenuti Pavarin lancia un nuovo allarme: “Pochi agenti”. Il carcere di Trento non è un carcere per trentini. Dalla relazione del garante dei detenuti, Giovanni Maria Pavarin, emerge un dato sorprendente: a Spini di Gardolo, per ogni recluso nato in provincia ce ne sono più di sei nati all’estero. I detenuti registrati il primo giorno di marzo sono 410: 135 italiani di cui 45 trentini e ben 275 stranieri. Una quota straniera pari al 67%, che si di scosta nettamente dalla media nazionale, stabile da anni attorno al 30%. Pavarin lo dice chiaramente: “Questa composizione crea problemi organizzativi, problemi di lingua e problemi culturali”.
Il garante cita un esempio concreto: durante il Ramadan non è possibile mangiare nelle ore diurne, ma l’utilizzo dei fornelli la sera è vietato dal regolamento, creando difficoltà nella gestione quotidiana. Il vero tema, però, è capire perché si sia arrivati a una presenza così elevata di detenuti stranieri. “Trento è un refugium peccatorum”, osserva Pavarin: oggetto di continui trasferimenti, in quanto uno dei pochi istituti italiani formalmente non sovraffollati.
Formalmente, appunto. Quando l’istituto fu realizzato, la capienza massima era fissata a 240 posti per garantire standard elevati di vivibilità. Una sentenza ha cambiato i criteri di calcolo: oggi i posti determinati unilateralmente dal ministero, risultano essere 422. Con 410 presenze il carcere non risulta sovraffollato, ma rispetto al progetto originario è ben oltre l’idea con cui era stato pensato, lontano da quella “soglia etica” iniziale.
Numeri bassi, invece, per il personale: 168 agenti contro i 211 previsti. La maggior parte è costituita da personale neoassunto, e c’è carenza di figure intermedie. Quanto all’istruzione, il quadro resta fragile. Il livello di scolarizzazione di molti detenuti è basso e non di rado emergono lacune di alfabetizzazione di base. “In molti non sanno quanto faccia due moltiplicato per tre”, constata Pavarin. Solo tre detenuti risultano iscritti all’università e l’ultima laurea è stata conseguita nel dicembre 2024. Per il garante è fondamentale riuscire a creare lavoro, perché “dà un senso di autoefficacia, dignità ed è fonte di retribuzione”. In questa direzione va il proget to diuna pizzeria esterna, adiacente all’istituto, attualmente in via di realizzazione e che ha già 40 detenuti in un percorso di formazione.
Fondamentale il volontariato. In carcere molte cose si pagano e non tutti hanno disponibilità economiche: vestiti, beni di prima necessità, piccoli servizi. Sono spesso le associazioni e i volontari a intervenire con un sostegno concreto. La loro presenza è stata decisiva nel percorso che ha portato all’introduzione dei colloqui intimi senza controllo visivo. “In Italia solo 5 istituti sono riusciti ad attivarli ed è stato il volontariato a renderlo possibile con dei fondi”, sottolinea Pavarin. Struttura nuova, alcuni elementi di avanguardia ma anche tante criticità.
Il presidente del consiglio provinciale Claudio Soini rimarca: “Siamo gli unici, assieme alla Valle d’Aosta a non soffrire di sovraffollamento”. Pavarin risponde “teoricamente è vero, ma subiamo di tutto, il carcere è sotto stress”. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. E il garante si chiede: “Come provincia su alcuni temi abbiamo autonomia. Non si potrebbe dire qualcosa anche su questo?”.









