di Donatello Baldo
Corriere del Trentino, 15 aprile 2020
"In carcere la situazione è esplosiva, basta una scintilla e salta tutto in aria". Luca (nome di fantasia) era detenuto nella Casa circondariale di Spini di Gardolo, scarcerato il 9 aprile scorso. Racconta la sua esperienza da recluso durante l'emergenza da coronavirus: "Nessuna informazione, non ti dicono niente, si vive nell'ansia e nella paura. I detenuti sono al limite della sopportazione".
Non eravate al corrente della situazione in Italia e nel mondo?
"Certo, sapevamo dalle notizie che arrivavano dalla tv. Sapevamo delle sommosse in altri penitenziari a livello nazionale, dell'epidemia che coinvolgeva ormai tutto il Paese. Eravamo allarmati".
La direzione, all'inizio dell'emergenza, ha messo in atto misure per il contenimento del contagio?
"Hanno messo alcuni cartelli in cui veniva chiesto di mantenere il distanziamento sociale. Una presa in giro per chi è in un carcere sovraffollato. Ma fino a poche settimane fa tutto veniva sottovalutato: nessuno girava con le mascherine, né gli assistenti, né le guardie e nemmeno gli infermieri. Poi si è scoperto che due detenuti erano positivi al coronavirus".
E a quel punto cos'è successo?
"A quel punto tutti hanno iniziato a indossare le maschere, assistenti, guardie e infermieri. Passavano a misurare la febbre ai detenuti. I positivi sono stati messi in isolamento, nelle celle di transito, quelle di solito riservate ai nuovi detenuti che devono sottoporsi alle visite mediche. Il giorno successivo, nelle sezioni da cui provenivano i contagiati, sono stati fatti i tamponi. Poi si è proceduto con altri tamponi e ora sono usciti altri sei positivi".
Un attimo, ufficialmente i contagiati tra i detenuti sono quattro, non sei. È sicuro di queste informazioni?
"Nessuno ci diceva niente, né dei detenuti contagiati né delle guardie contagiate. Ma "radio carcere" funziona sempre: una finestra delle sezioni si affaccia sulla zona di transito, noi gridavamo e quelli in isolamento con il coronavirus ci informavano. Erano lì in sei. Questo so".
Com'era il clima in quei giorni?
"Teso, tesissimo. Le informazioni venivano negate, nessuno rassicurava i detenuti sulla situazione interna, erano sospese le attività con i volontari, per noi importantissimi. Sapevamo cosa stava succedendo fuori, è ovvio che il clima era di ansia e di paura. Una situazione potenzialmente esplosiva. Ci sono state delle proteste, senza incidenti, delle proteste civili, delle richieste di chiarimenti. Ci hanno detto di non preoccuparci, tutto qui".
C'è chi pensa che il carcere sia il luogo più sicuro in questi giorni. I detenuti sono chiusi in cella, non hanno contatti con l'esterno. Ma è così?
"Infatti si è visto quale sia il livello di sicurezza: anche nel carcere di Trento c'è il coronavirus. E poi, non è che i detenuti siano chiusi tutto il giorno in cella, infatti le celle sono sempre rimaste aperte ed era possibile muoversi liberamente nella propria sezione, e ognuna conta una quarantina di detenuti. Ma in carcere ci sono agenti e assistenti che entrano e escono, e tra le sezioni girano gli scopini, gli spesini, detenuti che svolgono lavoretti che li portano in contatto con tutti".
Queste mansioni sono ora sospese?
"Fino al giorno in cui c'ero io no, anche se i detenuti che le svolgevano erano stati portati tutti in infermeria. Ma continuavano a muoversi. Vorrei però dire altro sulla sicurezza dello stare in carcere...".
Prego.
"Ci sono persone anziane, persone molto malate, persone a rischio nel caso contraggano il virus. Hanno paura, sono terrorizzate di ammalarsi, vivono nell'ansia. Persone che potrebbero uscire per problemi di salute o perché sono ormai a fine pena. Oltre che detenuti, sono persone".










