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di Erica Ferro

 

Corriere del Trentino, 10 luglio 2019

 

Intervista al presidente dell'Ordine degli avvocati, De Bertolini. La percentuale di coloro che, una volta espiata la pena, torna a delinquere nella società si aggira intorno al 70%. Se, tuttavia, "si dà sostanza al principio della rieducazione della pena la percentuale di recidiva si abbassa - evidenzia il presidente dell'ordine degli avvocati di Trento Andrea de Bertolini - le statistiche lo dimostrano in maniera oggettiva".

Su questo tema, in ogni caso, è indispensabile un surplus di confronto, altrimenti - rimarca de Bertolini - il carcere "rimarrà un luogo criminogenico che in termini concreti non consentirà di attuare il dettato costituzionale".

 

Avvocato, per abbassare la recidiva è importante attuare misure come l'accesso al lavoro?

"La considerazione di partenza è che, piaccia o meno, la pena non può che essere intesa come un'occasione di risocializzazione. È indiscutibile che le opportunità di lavoro siano uno fra i più importanti strumenti per risocializzare le persone che possano avere sbagliato e che per questo siano state condannate e scontino una pena. È altrettanto vero che sotto questo profilo le carenze non mancano".

 

Sono dovute alle difficoltà che l'intero mondo del lavoro sta attraversando?

"Anche, ma non si esauriscono solo in questo. Ci sono carenze obiettive che non rendono possibile ai detenuti accedere a dei percorsi professionali o di inserimento professionale".

 

Cosa si dovrebbe fare?

"È indispensabile che tutti gli operatori che hanno a che fare con il sistema penitenziario si confrontino su questo tema: trincerarsi dietro alla mancanza di disponibilità è insufficiente perché questo significa che il percorso di risocializzazione per molti detenuti non si compirà e quindi vuol dire che il carcere rimarrà un luogo criminogenico, che in termini concreti non consente di attuare il dettato costituzionale".

 

Tutto ciò in che modo si sostanzia?

"Nell'alimentare nel medio-lungo periodo circuiti di insalubrità sociale, perché se dal carcere escono persone che non si sono risocializzate la probabilità di una recidiva è certamente più ampia. Se si dà autenticamente sostanza al principio della rieducazione della pena certamente la recidiva si abbassa, le statistiche lo dimostrano in maniera oggettiva".

 

Tutto ciò vale anche per la casa circondariale di Spini di Gardolo?

"Sì. Quello di Spini è un carcere che sotto il profilo spaziale possiede disponibilità importanti di luoghi che secondo me potrebbero essere utilizzati in maniera più concreta per dare forma a una pianificazione rispetto all'inserimento professionale dei detenuti e alle occasioni di lavoro. Certo non è semplice da attuare, ma la potenzialità spaziale di quel luogo è frustrata nella logica in cui non c'è una grande attività che lo riempia".

 

Per quale ragione le attività lavorative sono così importanti nel processo di risocializzazione?

"Perché il lavoro è una delle attività che consentono all'essere umano di realizzare le proprie ambizioni e aspettative, di avere e dare al proprio tempo un contenuto che sia poi remunerato e dimostri che attraverso quella remunerazione uno possa godere e vivere di fonti di reddito lecite. É un veicolo di soddisfazione e di alleggerimento delle proprie frustrazioni.

Certo, lavorare è faticoso, complicato, alienante a volte, ma ciò non toglie il significato autentico per cui il lavoro è una delle attività umane che consente di realizzarsi e permette a chi ha sbagliato di potersi inserire in un contesto sociale in cui tutti si riconoscono per ciò che fanno e non per ciò che hanno fatto in passato o sono stati. È un elemento che in qualche modo evolve la persona, la rende socialmente integrata, la fa sentir parte di un sistema umano e la fa in qualche maniera evitare con probabilità enormemente maggiore di deviare e quindi ricommettere condotte illecite".