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di Angiola Petronio

Corriere di Verona, 28 maggio 2026

Jarrar, 21 anni, era stata trasferita a Trento da Montorio. Tre giorni di astensione degli avvocati dalle udienze. Il viso di un bambino che si nasconde gli occhi. Aveva usato la terracotta, Jarrar, per la scultura che aveva regalato a don Vincenzo Zambello. Raccontava, quell’opera, la vergogna di un bambino di strada che in Brasile aveva rubato l’orologio del prete. Ma forse, con quella terracotta, Jarrar raccontava di sè. Si è impiccata, Jarrar. Aveva 21 anni. Ed era detenuta al carcere di Trento, dove era stata trasferita da Montorio. Furti, rapine e quella droga che l’aveva portata sulla strada a Verona, Jarrar. Fino a domenica. Fino a quando ha chiesto di poter tornare in cella e si è stratta un asciugamano attorno al collo. “L’ennesimo fallimento di un sistema carcerario che va rivisto”, le parole di don Zambello che a Jarrar aveva regalato un Corano e instaurato un dialogo che si è interrotto con quel trasferimento a Trento.

Lei a vivere ci provava. Aveva seguito un corso di gelateria. “Una giovane donna di 21 anni, detenuta per quasi due anni senza che la magistratura abbia mai ritenuto di accordarle una misura meno afflittiva della custodia cautelare in carcere - riporta un duro comunicato della Camera Penale Veronese - una scelta che stride apertamente con il principio costituzionale di rieducazione della pena, tanto più quando ad essere ristretta è una persona giovanissima con evidenti fragilità, per la quale il carcere non può che rappresentare un fattore di aggravamento e non di recupero”. Spiegano, i penalisti, che ogni istanza dei difensori di Jarrar per gli arresti domiciliari, a casa dei genitori a Cremona, è stata respinta e che “le sue fragilità umane e cliniche non avevano ricevuto il supporto specialistico che richiedevano; nessun accesso a comunità terapeutiche le era mai stato consentito”.

È in questa cornice che si inserisce l’astesione della Camera penale Veronese dalle udienze per il 23,24 e 25 giugno. “Allo sgretolamento della funzione costituzionalmente rieducativa della pena c’è cura. Deve esserci - dicono i penalisti veronesi -. La cura è nell’Ordinamento. Spetta agli avvocati farne uso, ai magistrati avere il coraggio di applicarla, a chi governa abbandonare la spinta carcerocentrica e populista di cui è già possibile constatare il fallimento. La morte in carcere è fallimento”. Che adesso ha anche il volto di una donna di 21 anni.