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di Laura Galassi

rainews.it, 23 giugno 2025

Il progetto con le compagne della classe “parallela” a Spini di Gardolo: “Così abbiamo superato i pregiudizi”. Martina, Sabine, Camilla, Nadia, Anna, Elisa: sono studentesse del Liceo Rosmini di Trento con la maturità alle porte. Grazie a un progetto di cittadinanza, sono entrate nel carcere a Spini di Gardolo per conoscere le loro compagne di classe “dentro”. Il liceo infatti ha due sedi: quella in centro città e quella dietro le sbarre.

Tanti i controlli di sicurezza da superare per far incontrare i due mondi. In mano le studentesse come lasciapassare hanno un libro sulla violenza di genere, “Conto i passi” scritto da Michela Buonagura. Storie di sofferenza al femminile, parole che sono state il punto di partenza per superare i pregiudizi. Un terreno comune per cominciare a parlare. In cerchio le differenze si sono appianate, il confronto è stato autentico. Come raccontano Sabine e Camilla: “Inizialmente non sapevamo come sarebbe andata, non sapevamo cosa avrebbero pensato loro ma allo stesso tempo cosa avremmo potuto provare noi. Poi ci siamo accorte di essere tutte donne, tutte uguali e quindi abbiamo rotto il ghiaccio”. Eppure prima di entrare in carcere le studentesse avevano dei pregiudizi: “C’era un po’ di curiosità da parte di tutti per via di questo mondo che viene tanto raccontato ma che nessuno di per se aveva potuto osservare dall’interno”

Non dobbiamo immaginarci i film che raccontano di come è la vita in carcere, perché la situazione è tutta diversa. Nella sezione femminile del carcere a Trento ci sono 42 detenute, l’età media è di 30 anni. Anche per loro, incontrare delle coetanee libere, è stata un’esperienza importante, come spiega la funzionaria giuridica pedagogica Lucrezia Aielli che le ha accompagnate: “Si sono creati dei legami e anche dei punti di incontro perché l’età è la stessa, poi le esperienze vissute appartengono a tutti, sono analoghe”.

Il carcere come parte integrante della società, la detenzione come fase transitoria della vita. Per la direttrice della casa circondariale di Trento, Annarita Nuzzaci, questi sono concetti fondamentali: “Teniamo molto al contatto con le scuole anche a creare un ponte con la società esterna”. A tenere le fila del progetto, la docente Lavinia Buonagura. Le sue lezioni di inglese sono sia fuori, sia dietro le sbarre: “Io credo nell’istruzione in carcere, credo che educare un detenuto gli dia la possibilità di trovare una strada fuori”.

La scelta del tema, quella violenza di genere che in carcere viene ricordata anche con una panchina dipinta di rosso, ha toccato da vicino tutte, ma soprattutto chi sta scontando una pena. “Le detenute forse hanno vissuto di persona questo tipo di situazione - spiega la professoressa Buonagura - ma si sono lasciate andare e sono riuscite a parlare, a comunicare il loro dolore e alla fine del percorso si sono sentite più leggere”.