di Andrea de Bertolini*
Corriere del Trentino, 12 aprile 2020
Distanziamento sociale come nuova parola d'ordine. L'arma, dalla comunità scientifica mondiale, considerata più efficace per contrastare e sconfiggere Covid-19. Una pandemia che senza distinzioni di censo o di gerarchie, infettando il mondo umano globalizzato, sta ferendo profondamente anche il nostro Paese lasciando morte, dolore e una probabile crisi economica i cui effetti drammatici condizioneranno l'intera società civile.
Un nuovo mantra, impostoci, divenuto per ciascuno di noi paradigma sul quale misurare ogni momento del nostro agire. E ciò per la tutela dei due beni più preziosi. La vita e la salute del singolo; quindi la vita e la salute della società. In questo incedere emergenziale nessuno è diverso. Ogni individuo è uguale agli altri. Né i valori della vita e della salute, comprensibilmente, possono esser intesi in modo differenziato, a seconda del fatto che ci si riferisca ad una o ad altra parte della popolazione. Lo ricorda - per chi, nell'emergenza, lo avesse dimenticato - la Costituzione repubblicana all'articolo 3: siamo tutti uguali.
Ma, soprattutto, lo ricorda un'etica condivisa. Dalla quale discende quel fondamentale principio di solidarietà per cui, in specie in momenti drammatici per la collettività, tutti dovrebbero - nessuno escluso - esser messi nella condizione di proteggersi; anche dalla paura. Né, peraltro, potrà alcuno dubitare del fatto che i detenuti siano parte della nostra società. Qualcuno potrà indignarsi, scandalizzarsi per questa affermazione, ma così è. Ogni convinzione diversa sarebbe un peccato di arrogante superbia. Intesa nel suo esatto significato come "radicata convinzione della propria superiorità (reale o presunta) che si traduce in atteggiamenti di orgoglioso distacco o anche di ostentato disprezzo verso gli altri".
Dunque, fra le molte questioni che quest'emergenza ha posto ve n'è una che non può più esser ignorata. Il quesito è drammaticamente semplice. Come può conciliarsi il sovraffollamento cronicizzato delle prigioni italiane con il nuovo mantra del distanziamento sociale? Un quesito sentito da molti: dal Presidente della Repubblica, da larga parte della Magistratura, da insigni giuristi, dall'Accademia, dal terzo settore, dalla parte sana della società civile. Un quesito posto con fermezza e rigore, ancora una volta, dall'Avvocatura italiana.
Un quesito che ha una sola risposta, esiziale. Il sovraffollamento delle carceri, per definizione logica, nega il distanziamento sociale. Un dato, in queste dolorose settimane, sconcerta e lascia indignati. Mentre la società impaurita dei "liberi" si distanzia ricorrendo anche all'esercito per il rispetto delle nuove prescrizioni, in carcere si continua a vivere uno sull'altro, in condizioni igienico sanitarie spesso precarie e, nonostante quanto dichiarato dal ministro, sostanzialmente senza presidi di protezione.
Quell'immanente condizione di sovraffollamento (autentica vergogna nazionale censurata dalla Corte Europea già nel 2013) che priva della dignità e umilia in modo sistemico il principio costituzionale di rieducazione della pena, oggi rende le carceri dei luoghi in cui Covid-19 può, in una ferale logica ossimorica, propalarsi senza limiti, oltre le celle, passando fra le mura, in modo "libero". Al 31 marzo, secondo i dati offerti dal Garante Nazionale, i detenuti italiani erano 57.590. A fronte di una capienza teorica di 51.416 posti e di un'effettiva non superiore a 48.000. Per semplificare: un sovraffollamento di circa 10.000 detenuti.
Le misure adottate, ancora una volta, sono macroscopicamente insufficienti. Rispetto a un mese fa, dal varo della misura "tampone", pare solo 1.361 abbiano fruito delle detenzioni domiciliari. Mentre 405 sarebbero le licenze a persone in semilibertà. Cui si aggiunge l'ulteriore meritorio sforzo di alcuni magistrati di sorveglianza che hanno applicato in modo più deciso misure alternative già previste. Il Garante nazionale dichiara: "Non si può tacere la preoccupazione per il più lento ritmo di adozione di provvedimenti conseguenti agli articoli 123 e 124 del recente decreto n. 18"
In parallelo, con sempre maggior evidenza, pare esser calata una sorta di inaccettabile censura governativa che impedisce di disporre di informazioni reali su ciò che accade all'interno di quei luoghi di oblio. In un momento in cui l'isolamento, per la sospensione dei colloqui con i familiari e la riduzione al minimo dei contatti con i Difensori, si è acuito a dismisura.
Due giorni fa il ministro ha comunicato: a livello nazionale 58 detenuti positivi, 11 ricoveri. Un decesso. Ma notizie dell'ultima ora direbbero ulteriori 30 casi solo a Verona e probabilmente due nuovi morti. I dati paiono francamente non credibili (irreali) se confrontati con il numero totale della popolazione carceraria, con le condizioni igienico sanitarie di molti istituti, con l'età avanzata di parte significativa della popolazione carceraria e con le informazioni ufficiose che vorrebbero, solo nella Casa Circondariale di Spini di Gardolo esservi stati già 6 casi.
La legittima sensazione è che per le istituzioni, per il governo, per il ministro ancora una volta, i detenuti non siano una priorità, non valgano quanto le persone "libere" e si accetti il rischio della propalazione della pandemia all'interno delle carceri. Con una scelta irresponsabile che, nel violare i diritti inviolabili dell'uomo, mette a rischio non solo detenuti ma anche donne e uomini della polizia penitenziaria che in quei luoghi lavorano quotidianamente e che pare, a ieri, vedessero nelle loro fila già oltre 200 casi di positività.
Qui non si tratta di amnistie o indulti mascherati, non si tratta di legittimare impunità. Né, tutto ciò può esser usato (ancora) in modo cinico e strumentale per manifesti di propaganda su "certezza della pena" o sul "costruire nuove prigioni", nuovi contenitori di dolente umanità. Si tratta di tutelare vita e salute. Riconoscere l'esser tutti uguali di fronte a Covid-19 e allo specchio delle nostre coscienze. Riconoscere come un'astratta, autoritaria, esigenze di difesa sociale non possa e non debba, in modo mortifero, prevalere su vita e salute del singolo.
La responsabilità politica di questa potenziale bomba epidemiologica che non si vuole disinnescare è grave. È indispensabile, prima che sia troppo tardi, riferire della reale situazione e, con coraggio, senso di responsabilità e rispetto per la vita di chiunque, cambiare rotta per metter in sicurezza le carceri italiane riducendo drasticamente il numero dei detenuti dando così sostanza al distanziamento sociale.
Infine, è necessario, terminata quest'emergenza, giungano le dimissioni di un ministro non solo dimostratosi inadeguato ma anche appiattito, con un silenzio irricevibile, alle esternazioni di chi, ai tempi di Covid-19, come Nicola Gratteri, sostiene tesi eufemisticamente prive di senso come quella del "Mi pare si possa dire che oggi San Vittore o il carcere di Opera a Milano sono più sicuri di piazza Duomo".
*Già presidente dell'Ordine avvocati del Trentino










