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di Mauro Favaro

Il Gazzettino, 20 ottobre 2025

Il racconto di un carcerato a Santa Bona nella giornata del Giubileo dei detenuti. “A 15 anni ho ucciso un uomo. So di aver sbagliato, mi sono pentito. E adesso continuo a coltivare la speranza di poter riprendere in mano la mia vita nel migliore dei modi una volta fuori da qui”. È stata questa, in sintesi, la toccante testimonianza di un uomo che si trova nel carcere di Santa Bona. Ieri ha preso il coraggio a due mani e in occasione del Giubileo dei detenuti, davanti al vescovo Michele Tomasi, al direttore Alberto Quagliotto e al sindaco Mario Conte, ha letto una lettera nella quale ha ripercorso la sua vita, tra cadute e tentativi di rialzarsi.

Il detenuto si è rivisto ragazzino in Albania, dov’è nato. All’epoca aveva iniziato a frequentare un gruppo di adulti, tutti sui quarant’anni, che si comportavano in modo violento. “Mi picchiavano - ha raccontato - e un giorno, esasperato, ho ammazzato uno di loro”.

Dopo l’omicidio, è stato fermato dalle forze dell’ordine. E di seguito è arrivata la condanna. A quel punto per lui, poco più che 15enne, si sono aperte per la prima volta le porte del carcere. Ha scontato la pena in Albania. Uscito dalla cella è salito a bordo di una barca ed è arrivato in Italia. Erano gli anni dei “viaggi della speranza” tra le due sponde dell’Adriatico. Le cose qui, però, non sono andate tanto meglio. “Ho continuato a delinquere e sono tornato in carcere - continua l’uomo - so che la famiglia della persona che ho ucciso quando ero un ragazzino mi ha perdonato. Sono consapevole di aver commesso un grosso errore. Ma so anche quanto mi sono impegnato in questi anni, quanto lavoro ho fatto su me stesso e quanto il carcere mi abbia permesso di capire quello che avevo fatto”. “Spero che un giorno, una volta fuori - conclude - possa avere anch’io la speranza di una vita che continui, senza muri e porte chiuse in faccia”.

Non è stata l’unica testimonianza risuonata ieri nella casa circondariale di Santa Bona. Un altro detenuto ha ricordato il momento in cui è entrato in cella. “Una porta che si chiude alle spalle e che ti lascia una sensazione di freddo, di ghiaccio - le sue parole - il trauma dell’allontanamento dalla famiglia, dal lavoro, dalla vita di tutti i giorni. Tutto ciò si trasforma in smarrimento, rabbia, confusione, abbandono, quasi in un senso di terrore. Si è spenta ogni luce”. “Quella stessa porta che si chiude dietro alle nostre spalle - aggiunge - si chiude anche davanti alle nostre famiglie, ai nostri affetti, al nostro futuro, alla società. Separa persone, sentimenti e speranze”.

Ma si può trovare la forza per ripartire, preparandosi ad attraversare la stessa porta, stavolta in senso contrario, una volta scontata la pena, per tornare nel mondo di fuori. “Per poterlo fare abbiamo bisogno di non essere lasciati soli, di essere riconosciuti, di essere accompagnati nella ricostruzione di quel mondo essenziale fatto di opportunità - tira le fila un altro detenuto - per molti di noi le opportunità sono difficili anche solo da immaginare, quando si esce soli con il sacco in mano, spesso senza più un posto dove andare, senza la presenza di qualcuno capace di riconoscere la nostra voce”.