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di Francesco Brun

Corriere del Veneto, 27 agosto 2025

Domani sit-in degli attivisti nella Marca. “Troppe domande restano senza riposta”. “Le autorità dovranno rispondere delle loro azioni e delle loro omissioni, perché troppi punti di domanda rimangono aperti. Adesso pretendiamo verità e giustizia: vogliamo sapere esattamente che cosa è successo al momento dell’arresto, in carcere, in ospedale, perché un ragazzo di diciassette anni è morto mentre si trovava sotto la custodia dello Stato”. Una richiesta che arriva dagli attivisti del collettivo Rotte Balcaniche e dei centri sociali Django e Arcadia. Alle 19 di domani sera, fuori dal carcere di Treviso, è previsto un sit-in per chiedere giustizia sulla morte di Danilo Rihai, il 17enne tunisino morto il 13 agosto dopo aver tentato di togliersi la vita all’interno del carcere minorile di Treviso.

Il ragazzo, un minore non accompagnato arrestato il sabato precedente dalla polizia per il caos creato a Vicenza, era stato trovato impiccato nella sua cella dal personale carcerario, privo di respiro da circa 6-7 minuti, ed è morto il giorno successivo. A nulla sono servite le cure dei medici del Ca’ Foncello, le sue condizioni erano troppo gravi.

“L’ultima volta che un ragazzo si era tolto la vita in un carcere minorile era il 2003 - le parole degli attivisti - 22 anni fa. E non è un caso che accada ora, dopo il decreto Caivano del governo Meloni. Con questo decreto, nelle carceri minorili italiane si registra un sovraffollamento inedito e l’adozione di un paradigma sempre più punitivo anche per i minori detenuti. E non è un caso che succeda a Treviso, l’istituto più sovraffollato d’Italia, dove si sfiora il doppio delle presenze rispetto alla disponibilità di posti”.

L’azione dei collettivi, a loro dire, nasce dall’urgenza di fare luce su una vicenda drammatica che rischia di essere oscurata e ridotta a un racconto distorto e parziale. “Appare evidente dalla descrizione dei fatti - spiegano - che il ragazzo si trovasse in un grave stato di crisi psicologica. Una situazione che richiedeva cura, non repressione. Come mai è stato portato in un carcere minorile invece che in un ospedale? È stato visitato dopo essere stato colpito con il taser? Cosa (non) è stato fatto per accertarne le condizioni di salute psico-fisica prima di rinchiuderlo in un carcere? Per quanto tempo è stato privo di sorveglianza mentre tentava il suicidio?”.

Gli attivisti ora chiedono che chi ha avuto un ruolo in questa vicenda si prenda le proprie responsabilità, e che vengano effettuate approfondite indagini sul corpo del ragazzo prima che venga rimpatriato in Tunisia, come già richiesto dall’avvocato della famiglia.

“Questa storia non è e non può essere archiviata come una “piccola storia ignobile” - concludono - perché è una storia che parla delle migliaia di ragazzi che vivono le nostre città, costantemente etichettati come soggetti pericolosi “delinquenti”, “maranza”, per giustificare la sempre maggiore militarizzazione della vita sociale. Come hanno dimostrato i commenti sui social alla morte di Danilo, diventano il capro espiatorio per sfogare odio e violenza”.