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di Milvana Citter

 

Corriere del Veneto, 25 luglio 2019

 

Ha sparato e ucciso il genero per un banale litigio il 19 maggio scorso e poi ha subito confessato. Giovanni Padovan, 90 anni, è stato quindi trasferito nel carcere di Santa Bona con l'accusa di omicidio volontario. Oggi, dopo 67 giorni di carcere, è stata chiesta per lui una perizia psichiatrica per trasferirlo in una clinica. Dentro il carcere però Padovan è sereno. È il più anziano di tutti e i detenuti gli tengono compagnia. Ora lo chiamano "nonno".

Giovanni Padovan sarà sottoposto a una perizia psichiatrica. A chiederla il sostituto procuratore Davide Romanelli che intende così accertare le condizioni mentali del 90enne che, il 19 maggio scorso a Silea, durante una lite, aveva ucciso a colpi di fucile il genero Paolo Tamai. Il Gip ha accolto la richiesta della procura e ha incaricato lo psichiatra Tiziano Meneghel di visitare l'uomo che, dal giorno del delitto, è recluso nel carcere di Santa Bona, dove si è ben ambientato ed è considerato dagli altri detenuti come una specie di "nonno". All'udienza ha preso parte anche l'avvocato Stefano Pietrobon, che rappresenta la moglie e le figlie di Tamai e che ha nominato come proprio consulente lo psichiatra Paolo Citron. Lo scopo della perizia è duplice, accertare la capacità di Padovan di affrontare un processo e di intendere e volere al momento del delitto. Il 90enne, che aveva subito confessato, aveva reso dichiarazioni che, secondo gli inquirenti, potrebbero tradire una scarsa lucidità. Per questo è stato disposto l'accertamento sull'uomo che deve rispondere dell'accusa di omicidio volontario aggravato dai futili e abietti motivi.

A scatenare il delitto, sarebbero state le liti, violente e frequenti, tra l'indagato e Tamai, marito di sua figlia. E che avrebbero portato all'esito fatale il 19 maggio quando, come ha confessato Padovan difeso dall'avvocato Michele Visentin, il genero che stava strappando l'erba nel suo cortile, gli avrebbe fatto perdere il controllo: "Si è messo a lanciare erbacce e sassi nel mio giardino. Lo faceva apposta per farmi arrabbiare".

Una versione tutta da verificare. Testimoni della lite e del delitto non ce ne sono. L'unica cosa sentita distintamente dai residenti nella strada, è stato il colpo esploso dal 90enne. Perché, subito dopo aver urlato contro Tamai, Padovan sarebbe entrato in casa a prendere il suo fucile con il quale ha sparato un pallettone, di quelli usati per la caccia al cinghiale, contro il 63enne. L'uomo, colpito al volto, è morto sul colpo. Da quel giorno Padovan è in carcere, e a Santa Bona sembra stare bene. Lui, che da molti anni viveva da solo, con l'aiuto dell'unica nipote con la quale aveva rapporti e degli assistenti domiciliari, si sarebbe infatti ambientato molto bene alla vita da recluso. Gli altri detenuti lo hanno accolto come un "nonno", come conferma la nipote Mirca Amendola che gli fa visita regolarmente: "Si trova bene, gli altri carcerati lo aiutano molto".

Nonostante l'età avanzata, la reclusione in carcere era l'unica via percorribile per la procura. Impensabili gli arresti domiciliari per un uomo vedovo e solo, che ha ucciso il marito dell'unica figlia. Non solo perché per lui avrebbe significato, tornare a vivere nella casa che è stata teatro del delitto. Ma anche perché la sua presenza potrebbe innescare ritorsioni o tensioni da parte di chi si è ritrovato senza il marito o il padre. Ora però le cose potrebbero cambiare, proprio in virtù della perizia che, se dovesse accertare problemi psichiatrici, potrebbe fargli ottenere un trasferimento in una Rems, le strutture riabilitative che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici.