di Denis Barea
Corriere del Veneto, 4 novembre 2026
Ormai viveva come senzatetto, aveva diritto a 109 mila euro. Quattrocento sessantacinque giorni trascorsi in carcere da innocente. Poi altri dieci anni per riuscire a incassare i 109 mila euro che la giustizia gli aveva riconosciuto come indennizzo per l’ingiusta detenzione. Tutto per una lettera di troppo nel nome, un banale errore di trascrizione che ha trasformato un diritto sancito dai giudici in un’odissea burocratica durata un decennio. È la storia, per certi versi surreale, di un nordafricano di 53 anni, senza fissa dimora nella Marca trevigiana.
Una vicenda nella quale a una prima ingiustizia, quella giudiziaria, se n’è aggiunta una seconda, consumata tra carte bollate, uffici e documenti anagrafici. A mettere finalmente la parola fine al calvario è stato lo sportello trevigiano di “Avvocato di strada”.
La vita del cinquantatreenne, del resto, non è mai stata una strada in discesa. Anni trascorsi tra difficoltà economiche, precarietà e sacrifici, compresi quelli vissuti in Italia da immigrato irregolare. Poi, nel 2011, il coinvolgimento in una vasta indagine antidroga coordinata dalla Procura di Venezia. Il suo nome finisce tra quelli degli indagati, con l’accusa di essere uno degli spacciatori. Per lui si aprono le porte del carcere di Santa Maria Maggiore, dove viene rinchiuso in custodia cautelare. Ci resterà per quindici mesi. Fino a quando il giudice per l’udienza preliminare lo assolve “per non aver commesso il fatto”.
L’uomo torna libero e nel 2016 arriva anche il riconoscimento economico del torto subito. La Corte d’Appello di Venezia stabilisce che ha diritto a 109 mila euro per ingiusta detenzione. Una somma che, per una persona senza casa e senza lavoro, potrebbe rappresentare la possibilità di ricominciare una nuova vita. Ma la macchina burocratica si inceppa. Nei provvedimenti necessari all’indennizzo il suo nome viene trascritto in maniera sbagliata.
Una lettera in più è sufficiente a creare una discrepanza tra i documenti anagrafici e quelli giudiziari e a impedire così che il denaro venga materialmente versato sul suo conto corrente. Quello che per chiunque disponga di documenti è un intoppo risolvibile, per lui diventa un ostacolo insormontabile. Senza documenti, senza una casa e senza gli strumenti per districarsi tra istanze e procedure, il cinquantatreenne resta intrappolato nel labirinto della burocrazia.
Passano i mesi, poi gli anni. Il risarcimento rimane congelato mentre lui continua a vivere per strada, sostenuto dalle reti di solidarietà del volontariato. La svolta arriva quando viene indirizzato allo sportello trevigiano di “Avvocato di strada”. I legali prendono in mano il fascicolo, ricostruiscono la vicenda e individuano l’ostacolo che per dieci anni ha impedito all’uomo di ottenere quanto gli spettava. “Quando abbiamo letto i documenti non riuscivamo a crederci - racconta l’avvocata Isabella Arena, coordinatrice dello sportello che ha seguito la pratica -. Il diritto al risarcimento era stato riconosciuto da un giudice ben due lustri fa. Mancava solo che il nome fosse scritto correttamente. Per un errore materiale, che si sarebbe potuto correggere con una semplice istanza, una persona ha perso dieci anni della sua vita”.









