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Il Gazzettino, 11 novembre 2020


Verità e giustizia per Chaka. Gli attivisti di Django e Caminantes hanno appeso ieri, pomeriggio, davanti alla caserma Serena, uno striscione per chiedere sia fatta luce sulla morte di Chaka Ouattara, il 23enne ivoriano morto suicida la settimana scorsa nel carcere di Verona.

Il giovane, arrestato dalla polizia perché ritenuto uno dei fomentatori delle rivolte della scorsa estate all'interno del centro accoglienza, era stato trasferito nella casa circondariale della città scaligera, dove si trovava in isolamento. Su di lui pendevano le pesanti accuse di sequestro di persona, saccheggio e devastazione. "Il suo ruolo era stato di mediazione, non era un facinoroso" il ricordo di amici e conoscenti del giovane, che aveva anche lavorato in un ristorante bistrot delle Stiore. "Aveva sofferto molto l'allontanamento da Treviso e non poteva chiedere gli arresti domiciliari, non avendo un luogo dove scontare un'eventuale condanna".

"In detenzione si muore. percossi, abbandonati, suicidati - denunciano gli attivisti -. Se ne facciano tutti una ragione, i responsabili esistono. Se ne faccia una ragione chi vede modelli come quello della Caserma Serena come esempi da replicare; se ne faccia una ragione chi costringe migliaia di persone a vivere in luoghi sovraffollati, dietro a muri che troppi ritengono necessari.

Quest'estate la caserma Serena ha avuto l'onore delle prime pagine dopo essere stata per ben due volte focolaio Covid. Dopo che molti degli ospiti si sono ribellati, omettendo volontariamente le cause reali che hanno fatto scattare le proteste. Chaka è stato arrestato, preso nel mucchio, poteva capitare ad altri. Volevano una lezione esemplare, per far capire a tutti che è meglio stare zitti, accettare supinamente il destino scritto da governi, prefetture e grandi cooperative".