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romatoday.it, 20 giugno 2025

Non è vero che il giovane cingalese condannato a 20 anni per il femminicidio di Michelle Causo, ha diffuso in prima persona un video dal carcere per promuovere il suo nuovo album rap, come emerso anche in un primo momento. Le immagini postate sul suo profilo sarebbero state pubblicate da altre persone che hanno accesso a quell’account. A smontare la provenienza del filmato è il capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Antonio Sangermano.

‘‘A seguito della notizia acquisita circa la presunta diffusione, dall’Istituto penale per i minorenni di Treviso, di un video effettuato da un indagato per un efferato crimine, acquisite le relazioni del direttore e del comandante di reparto, nonché le informazioni necessarie, escludo che il video sia partito dall’Ipm o che dallo stesso sia stato attuato un collegamento telematico che ha diffuso questo contenuto”, ha detto Sangermano. “Evidentemente, terzi soggetti hanno utilizzato il profilo social di questo indagato per diffondere, in modo assolutamente incauto e sbagliato, nonché lesivo delle persone offese, questo contenuto - ha poi concluso - Aggiungo che la canzone rap diffusa sui social era pubblica; era stata presentata in più percorsi trattamentali e anche in occasione di festival teatrali’’.

Nella story comparsa sul profilo Instagram riconducibile al ragazzo, si leggeva “Scusa mamma” e “Un bacio per ogni mamma che soffre”. La pubblicazione ha suscitato forte indignazione sui social. La famiglia di Michelle, tramite gli avvocati Claudia Di Brigida e Antonio Nebuloso, ha annunciato di voler procedere per accertare ogni responsabilità. Il sottosegretario di Stato alla Giustizia, Andrea Ostellari e il senatore Gianluca Cantalamessa, sono intervenuti sul caso: “Nei giorni scorsi è stato depositato un disegno di legge della Lega che prevede l’oscuramento degli account social appartenenti a condannati o indagati per reati gravi, sottoposti a misura cautelare, minori compresi. L’obiettivo è impedire che quei profili vengano utilizzati da terzi per esaltare condotte criminali o offendere la reputazione delle vittime di reato e delle loro famiglie. La norma, che abbiamo deciso di rinominare “legge Giogiò”, nasce da un proficuo dialogo con Daniela Di Maggio, madre di Giovambattista Cutolo, vittima a sua volta di un efferato omicidio.