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di Annalisa Milani


lavitadelpopolo.it, 14 marzo 2020

 

Spiega il cappellano don Giuseppe Zardo: "Chi si trova recluso e apprende, attraverso la televisione, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, anche perché tutto si aggiunge al problema del sovraffollamento cronico delle carceri italiane".

Anche nel carcere circondariale di Santa Bona a Treviso, domenica sera 8 marzo, si è temuta una rivolta, sull'onda delle manifestazioni di protesta che si stavano tenendo nelle carceri in tutta Italia: pentole e posate sbattute sulle inferriate e si è temuto il peggio.

Da quarant'anni non accadeva nulla del genere nel sistema penitenziario italiano. Il motivo scatenante sono state le nuove disposizioni da seguire a causa del coronavirus, in particolare la soppressione dei colloqui "a vista", oltreché la distanza di un metro da tenere.

Qualcuno, nell'emergenza che stiamo vivendo, dirà che questi non sono problemi, ma come ci dice don Piero Zardo, cappellano del carcere di Treviso, apprezzato punto di riferimento umano da vent'anni all'interno della struttura circondariale: "Sono appena stato lì, non ci sono state violenze, ma la situazione è pesante e si avverte molta tensione.

Chi si trova recluso e apprende, attraverso la televisione, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, anche perché tutto si aggiunge al problema del sovraffollamento cronico delle carceri italiane". Don Piero continua a descrivere la situazione di un carcere che oggi conta dalle 200 alle 210 persone, dove gli spazi sono angusti e spesso manca proprio il respiro, il fiato si fa corto, i letti sono a castello, e chi dorme sulla branda superiore sbatte la testa contro il soffitto.

È il luogo dell'asfissia, dell'aria viziata, dove la doccia, il water, il lavandino e la dispensa si sovrappongono e si mescolano per rispondere ai bisogni primari. Don Piero sostiene, quindi, che la tensione non fosse dovuta alla soppressione dei colloqui, perché da un po' di tempo si erano avviati più colloqui via skype e via telefono.

La conferma ci viene data anche dal direttore dott. Alberto Quagliotto, che domenica sera aveva percorso con il comandante tutti i bracci del penitenziario, parlando di persona e ascoltando i bisogni e le criticità e creando un comitato.

Si tiene la linea del dialogo e questa pare abbia avuto l'effetto immediato di far emettere da parte dei carcerati di Treviso un comunicato stampa che così dichiara: "Con la presente i detenuti della C.C. di Treviso vogliono innanzitutto dichiarare la dissociazione dagli atti vandalici perpetrati nelle carceri italiane a opera degli occupanti".

Si continua con note di solidarietà per chi è colpito dal coronavirus, ma poi si mettono in luce le problematiche croniche di tante strutture penitenziarie, compresa Treviso: il sovraffollamento, le celle senza acqua calda, senza docce in stanza, spazi molto ridotti (meno di 3 metri a persona), la carenza di personale addetto alla custodia, una sala colloqui che può ospitare al massimo 10 detenuti all'ora, personale ridotto nel reparto infermeria e la mancanza di farmaci.

Il comunicato chiude con la speranza che l'epidemia si sconfigga e presto si possa tornare alla normalità per continuare la battaglia, portata avanti da alcuni parlamentari, affinché "una riforma della Giustizia venga accolta, per darci la possibilità di essere persone nuove, uomini, una volta terminata la pena".

Alcune parole nel comunicato dei detenuti di Treviso possono apparire retoriche, ma c'è da ricordare che il degrado della condizione carceraria non riguarda solo i carcerati, ma tutti. Non c'è bisogno di ricorrere a Dostoevskij per riconoscere che il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni e che se i diritti della persona non vengono tutelati in qualunque segmento della organizzazione sociale, ne patiremo tutti.