sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Mauro Favaro

Il Gazzettino, 21 novembre 2025

Lorenzo Gazzola, Garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà del comune di Treviso, non usa giri di parole. “Il recupero dei detenuti passa anche e soprattutto per il lavoro. Ma questo territorio ad oggi non è troppo sensibile all’argomento. A Treviso su 250 detenuti sono solo 50 quelli che lavorano, tra l’altro 40 nella gestione del carcere stesso. È un grosso problema. La maggior parte passa la giornata sulle brande. E poi si va in infermeria a chiedere psicofarmaci per dormire, che tra l’altro rischiano di creare dipendenza. Questo non è affatto un percorso di recupero. Ma proprio per niente”.

Lorenzo Gazzola, garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà del comune di Treviso, non usa giri di parole. Anche lui è stato colpito dalla vicenda di Rossana Bertelli, la 52enne che dopo essere stata condannata per l’omicidio di Luca Tonello, l’uomo di 29 anni ucciso nell’ottobre del 2000 a Lughignano, e aver scontato in carcere la relativa condanna a 16 anni e 8 mesi (progressivamente ridotta dietro le sbarre tra indulto e buona condotta), è finita di nuovo sotto inchiesta con l’accusa di circonvenzione d’incapace e furto aggravato perché dietro la promessa di favori sessuali avrebbe raggirato un 58enne di Preganziol, con problemi psichici, portandogli via poco più di 1.500 euro. Il garante ovviamente non entra nei dettagli di un caso specifico. Ma l’orizzonte generale sui percorsi di rieducazione dei detenuti, al netto delle associazioni che già oggi, va ricordato, si impegnano al massimo, non è troppo confortante. “Prendiamo anche le pene alternative - dice - ogni assistente sociale dell’ufficio esecuzione penale esterna segue in media 150 persone. Non è una cosa semplice”.

Oltre ai corsi, si punta la lente sul lavoro. “Il primo problema è proprio quello del lavoro, che rappresenta la via principale per il recupero. Le commesse delle aziende per i detenuti non sono sufficienti - scandisce Gazzola - fino a pochi anni fa la casa circondariale di Treviso era un’isola abbandonata a sé stessa. Adesso stiamo cercando di cambiare le cose”. Il cantiere è aperto. Tra aprile e ottobre il garante ha già organizzato due riunioni ad hoc. E il 12 gennaio ce ne sarà un’altra con il centro per l’impiego, la scuola, Veneto Lavoro, la cooperativa Alternativa, che gestisce i laboratori nella casa circondariale di Treviso, e così via.

“Punto a coinvolgere le associazioni di categoria e le realtà produttive - è l’obiettivo fissato da Gazzola - per sensibilizzarle sul fatto che è necessario dare opportunità di lavoro ai detenuti. Tra le altre cose, penso anche bar, ristoranti ed esercizi pubblici. A maggior ragione alla luce dell’attuale carenza di personale”. In tutto ciò, è convinto il garante, serve anche un maggior aiuto anche dal Comune. Lunedì la sua relazione sul carcere è stata al centro della commissione comunale. E ora approderà a palazzo dei Trecento. “L’avevo presentata lo scorso marzo. Verrà discussa di fatto 9 mesi dopo - allarga le braccia - questa la dice lunga sulla sensibilità in merito. Non c’è abbastanza supporto. Francamente ho quasi pensato di lasciare l’incarico ad altri. Ma non sono uno che cede facilmente e continuerò a lavorare per costituire questa nuova rete”.

Dall’opposizione emerge con forza la necessità di un impegno maggiore sul fronte del carcere di Treviso. “Non può essere visto solo come un castigo - dice Maria Buoso, consigliere comunale di Treviso Civica - certo, c’è l’obiettivo di garantire la sicurezza a chi sta fuori. Ma parallelamente vanno aperte delle finestre anche per chi sta dentro, in modo che possa vedere l’opportunità di cambiare strada. Altrimenti ci si limita a concentrarsi sul tappo della vasca, senza tener conto che il rubinetto continua a riempirla d’acqua”. Buoso punta il dito contro la riduzione del personale: “Di fatto è dimezzato rispetto alle necessità - evidenzia - e le psicologhe sono passate da 30 a 24 ore, cioè da due a un accesso a settimana. Si può parlare di rieducazione così?”.

Qui si innestano anche i nodi legati ai problemi psichici e all’uso delle nuove droghe sintetiche, purtroppo in espansione. “Bisogna investire energia, tempo e soldi affinché i detenuti possano avere relazioni sociali significative e possano lavorare, anche attraverso commesse interne al carcere - aggiunge Buoso - è un discorso complesso. Ma se si nasconde la testa sotto la sabbia, poi il problema torna addosso a tutti. La rieducazione deve dare alle persone la possibilità di sentirsi umane. Senza specialisti e con stanze con cinque o sei detenuti, al posto di due, non ci si può sorprendere se l’esperienza carceraria finisce per essere addirittura peggiorativa per chi entra”.

Sulla stessa linea Carlotta Bazza, consigliere comunale del Pd. “Premettendo che ogni caso è a sé, quello riguardante Lughignano è davvero eclatante - specifica - mi sembra chiaro che i percorsi di rieducazione all’interno del carcere devono essere rivisti”. “Una vera rieducazione, oggi, non c’è - conclude - è fondamentale che si parli di prevenzione e che si parli anche di quello che succede all’interno del carcere. La conoscenza è la chiave. Solo attraverso questa è possibile interiorizzare che il percorso nella casa circondariale non deve essere solo punitivo ma anche rieducativo”.