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di Laura Pertici

La Repubblica, 31 marzo 2022

Mentre continua la guerra in Ucraina e gli spiragli di pace restano angusti, si legge che gli investigatori della Corte Penale Internazionale dell’Aja già starebbero raccogliendo testimonianze e prove dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità commessi in quel territorio.

La magistrata Carla Del Ponte, ex procuratrice del Tribunale Internazionale per l’ex-Jugoslavia, intervistata da Liana Milella su Repubblica il 13 marzo scorso, afferma che “le prove permetteranno non solo di stabilire quali e quanti, di crimini, ne sono stati commessi, ma anche di identificare gli autori”. Ancora: “l’inchiesta è partita pochi giorni dopo i primi crimini, perché sin dall’inizio sono stati intenzionalmente uccisi dei civili. Il reato di aggressione è incluso nello statuto della Corte Penale Internazionale dell’Aja”. E sono reati questi “per i quali non c’è prescrizione”.

Ma cos’è la Corte Penale Internazionale (CPI)? Nel 1998, con l’adozione dello Statuto di Roma, nasce la Corte con sede nei Paesi Bassi. La CPI si occupa di crimini internazionali e ha giurisdizione sui territori di tutti gli Stati che abbiano ratificato l’intesa o che ne abbiano esplicitamente accettato la giurisdizione. Non hanno sottoscritto la Convenzione di Roma gli Stati Uniti né la Russia né la Cina (Israele ha firmato, ma non ha ratificato). Nemmeno l’Ucraina ha ratificato lo Statuto di Roma, ma ha espressamente accettato la giurisdizione della CPI già dal 2014, dopo la prima invasione Russa.

I crimini che la CPI è chiamata ad accertare sono: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione. Per “crimine di aggressione” si intende la “pianificazione, la preparazione, l’inizio o l’esecuzione, da parte di una persona in grado di esercitare effettivamente il controllo o di dirigere l’azione politica o militare di uno Stato, di un atto di aggressione che per carattere, gravità e portata costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite del 26 giugno 1945”.

Come si vede, tutte le condizioni richieste perché sia esercitabile la giurisdizione della Corte sono presenti nella situazione determinatasi a seguito dell’attacco militare della Russia contro l’Ucraina. Ma è possibile prevedere, realisticamente, che Vladimir Putin, proprio lui, sia chiamato a rispondere dei propri crimini davanti alla Corte Penale Internazionale?

Non si può nascondere il fatto che, evidentemente, si tratta di una ipotesi di assai ardua realizzazione, anche perché la CPI non contempla la possibilità di processi nei confronti di imputati contumaci. E, tuttavia, oltre al significato simbolico - francamente enorme - che avrebbe la messa in stato di accusa del presidente russo, la giustizia internazionale, tuttora assai gracile, qualche risultato lo ha pur raggiunto, anche a seguito dell’istituzione di alcuni tribunali ad hoc da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

In particolare, il Tribunale Internazionale per l’ex Iugoslavia (ICTY), creato nel 1993, per giudicare i crimini commessi sul territorio dell’ex-Jugoslavia, è stato il primo a emettere un mandato d’arresto per un Capo di Stato in carica, Slobodan Miloševi?. E, con ciò, ha ha affermato il principio che non c’è immunità per crimini di diritto internazionale. Oltre a Miloševic, tra i condannati più importanti vanno ricordati Radovan Karadži? e Ratko

Mladic. Il Tribunale Internazionale per il Rwanda (ICTR), anche esso stato istituto dal Consiglio di Sicurezza nel 1995, ha svolto più di cinquanta processi, compreso quello a carico di un primo ministro e di alcuni ministri, prefetti, sindaci e altri leader, responsabili del genocidio contro i Tutsi. Una menzione particolare merita la Corte Speciale per il Sierra Leone (SCSL), che è il Tribunale Internazionale che ha avuto l’impatto più importante sulla transizione democratica e pacifica del paese.

Gli effetti di deterrenza, prodotti da questi tribunali internazionali - e da quelli cosiddetti “ibridi”, istituiti per Cambogia, Libano e Kosovo - sono tuttora oggetto di discussione: non sono stati in grado, di per sé, di impedire la strage di Srebrenica nel luglio del 1995, né tantomeno di fermare le atrocità commesse contro le popolazioni Hutu fuoriuscite dal Rwanda. Ma il loro indubbio merito - sostiene Niccolò Figà-Talamanca, segretario di Non c’è pace senza giustizia - è stato quello di affermare un principio fondamentale: chi cerchi di conquistare o di conservare un sistema di potere attraverso crimini e massacri, sappia che potrebbe doverne rendere conto. Inoltre, ed è questo forse il risultato più importante, hanno dimostrato che la giustizia penale internazionale, fino ad allora considerata solo a livello teorico, può avere un’attuazione pratica, aprendo la strada per la creazione e il buon funzionamento della Corte Penale Internazionale.