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di Laura Tonero

Il Piccolo, 2 giugno 2022

Fra gli interrogativi: “Perché il Tribunale ha fatto prevalere il giudizio di un solo perito piuttosto che quello di un pool?”. “La libertà è terapeutica, ma anche la responsabilità è terapeutica: una persona va giudicata per quello che fa e non per quello che è”.

La Conferenza per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia, insieme alla Società della ragione e al Forum salute mentale, tornano sulla sentenza di assoluzione di Alejandro Augusto Meran, il giovane dominicano che ha ucciso gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego.

Lo fanno sostenendo la proposta di legge Magi che prevede l’eliminazione della non punibilità e della semi imputabilità per vizio di mente, con la conseguente abolizione delle misure di sicurezza correlate. “Pur restando in attesa delle motivazioni della sentenza - ha premesso mercoledì nel corso di una conferenza stampa la psichiatra Giovanna del Giudice - rispetto alla vicenda giudiziaria di Meran, poniamo alle istituzioni della città alcune domande: come ha fatto il Tribunale a far prevalere il giudizio di un solo perito su quello di un collegio peritale, che per più di nove mesi ha lavorato producendo un attento e scrupoloso dossier? Grazie a quale articolato di legge o ragionamento è possibile condannare una persona a trenta anni da scontare in una Rems, definita per legge una struttura transitoria finalizzata al recupero terapeutico della persona?”.

Franco Corleone, garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive di Udine, ha evidenziato come “la soluzione inventata di trenta anni di Rems non esiste giuridicamente. In carcere il Dipartimento di salute mentale si deve occupare di tutti, e chi ha quelle condizioni di disabilità può chiedere una misura alternativa alla detenzione, in luoghi adeguati alla sua condizione. Se ci fosse stata la legge Magi, per l’omicidio dei due agenti ci sarebbero stati un giudizio, una pena e l’individuazione del luogo idoneo dove scontarla. Io so che ora il condannato a 30 anni di Rems, Meran - sostiene - non sanno dove metterlo”.

Sulla perizia, lo psichiatra Franco Rotelli ha rilevato “non esista alcuna base scientifica che giustifichi la capacità di un perito di giudicare la totale incapacità di intendere e di volere di una persona a causa di una malattia mentale nel momento in cui ha commesso il fatto, fatto avvenuto due, sei, otto mesi prima. Quale è poi la base scientifica che consente al perito di stabilire che questa persona è pericolosa per sé e per gli altri? Ad un medico non andrebbero poste queste domande da stregone, bensì, una volta condannata una persona, andrebbe chiesto che percorso terapeutico viene raccomandato”.

Gli fa eco lo psichiatra Peppe Dell’Acqua: “Se uno legge cento perizie psichiatriche, l’oggettività non c’è mai - ha affermato -. Esiste invece una tensione costante tra la soggettività, la cultura del perito, il mandato che fa il giudice, tra quelli che sono i rumori nell’organizzazione sociale e politica, e alla fine quella perizia diventa un compromesso che tutti accettano e diventa la verità assoluta”.