di Stefano Mattia Pribetti
triesteprima.it, 15 luglio 2024
Enrico Sbriglia, ex direttore della Casa circondariale di Trieste e coordinatore nazionale della dirigenza penitenziaria della Federazione sindacati indipendenti, commenta la rivolta carceraria e descrive una situazione a livello nazionale e locale critica di grande disagio. “Occorre ammettere, senza vergognarsene, che il sistema penitenziario, dappertutto e anche a Trieste, è carente e per certi versi è fallito. Dobbiamo avere il coraggio di dire ai detenuti: noi siamo in torto, cercate di comprenderci e capire anche le nostre difficoltà”.
Così si esprime sulla rivolta carceraria al Coroneo Enrico Sbriglia, ex direttore della casa circondariale di Trieste e coordinatore nazionale della dirigenza penitenziaria della Federazione sindacati indipendenti. In questa intervista, Sbriglia descrive una situazione a livello nazionale e locale critica di grande disagio, confermando le condizioni di sovraffollamento, afa estiva e cimici dei letti già descritte in questi giorni e parlando di detenuti che “si sentono privati di qualunque assistenza sanitaria, che è garantita dall’articolo 32 della nostra Costituzione per ciascun individuo, senza distinzione” e provando a individuare responsabilità, soluzioni e criticità, tra cui il “depotenziamento della figura del direttore”.
Responsabilità da ricercare sia nel passato prossimo che in quello remoto: “il Governo attuale - dichiara Sbriglia - in meno di due anni non avrebbe potuto risolvere ciò che è frutto di una manchevolezza amministrativa che dura da almeno 20 anni”, infatti “le condanne della corte europea per i diritti dell’Uomo sulle condizioni degradanti delle carceri italiane sono del 2013”, e quelle cause fanno riferimento a “contenziosi nati anche sei anni prima, e tutto questo tempo poteva essere utilizzato per costruire nuove carceri o rivedere il codice di procedura penale per alleggerirlo, perché se ogni condotta umana è classificata rilevante sul piano penale ci sarà sovrabbondanza di situazioni che non si possono governare”.
Per Sbriglia “il governo non sembra essersi reso conto di aver ricevuto l’eredità gravosa di un sistema penitenziario che può diventare ancor di più pericoloso e quello che è accaduto a Trieste potrebbe essere uno dei tanti segnali che da qui alle prossime settimane potrebbero verificarsi perché l’estate sta appena iniziando e abbiamo a che fare con persone che non hanno più nulla da perdere, né famiglie, né reddito, né diritto alla salute”.
L’incarico dell’ex direttore a Trieste è durato 22 anni e si è interrotto nel 2012. Dall’epoca, le competenze in capo al ruolo da lui ricoperto avrebbero subito cambiamenti rilevanti: “Il direttore e il comandante sono sempre di più in posizione isolata - spiega - non vengono fornite loro risorse umane e strumentali. Si è depotenziato il potere organizzativo dei direttori a favore di altre categorie professionali che però sono assenti nel lavoro penitenziario. Se noi riempiamo gli stati maggiori di grandi generali ma sul fronte non mandiamo i soldati, la guerra è persa”.
A questo si unisce la recente proposta del Governo nazionale di ridurre il tempo di formazione professionale degli agenti di polizia penitenziaria per sopperire alla crisi in corso, ma “all’interno delle carceri occorre personale super attrezzato, dotato di ragionevolezza, freddezza e lucidità, non si può pensare a corsi abbreviati”, spiega Sbriglia, aggiungendo che “l’Italia è uno dei 46 paesi che fanno parte del Consiglio d’Europa”, le cui norme per il sistema penitenziario nei paesi aderenti “chiedono personale super preparato e attrezzato”.
Una possibile soluzione prospettata dall’esperto è quella di un coinvolgimento della Regione, che “potrebbe forse appellarsi alla sua autonomia per esigere un diverso trattamento anche in ambito penitenziario, e immaginare che se c’è bisogno di nuove strutture penitenziarie questo compito può essere affidato alla Regione stessa”, poiché in Friuli Venezia Giulia “c’è una sensibilità verso il mondo delle carceri sia sinistra che destra e si potrebbero realizzare situazioni che altrove sarebbero più difficili da concretizzare”.
Altro tema affrontato è quello del rischio di recidiva in un sistema eccessivamente lesivo della dignità personale e della possibilità che questo induca il detenuto a perpetrare reati anche peggiori di quelli già commessi: “Le carceri - sostiene l’ex direttore del Coroneo - sono la migliore acqua di coltura per i terrorismi e le criminalità e noi rischiamo di alimentare ancor di più quel mondo di disperati che possano trovare nelle lusinghe del terrorismo o delle criminalità un padrone più serio che almeno rispetta i patti. Al momento si potrebbe affermare che è lo Stato a non rispettare i patti, che prevedono di espiare la propria pena in salute, dignità, decenza e riservatezza”.










