di Gianpaolo Sarti
La Repubblica, 16 luglio 2020
A metà mattina, seduto a una scrivania sommersa da carte, libri e giornali, il gip Massimo Tomassini si lascia andare a una riflessione. "Libertà è partecipazione"? Macché Gaber, per favore no.... o... "Liberi da che cosa", come canta Vasco?... Sì, già meglio. O forse...Lenin... ecco, Lenin: aveva davvero torto quando diceva "libertà sì, ma per chi? E per fare cosa?". Il giudice si passa tra le mani l'ordinanza con cui ha appena dovuto confermare il carcere per un trentottenne di origini slovene, di Capodistria, pizzicato dai Carabinieri a Trieste con quasi un chilo di marijuana nascosta nell'armadio dell'abitazione di un amico.
Il gip lo ha interrogato al Coroneo. Un chilo non è esattamente un uso personale. Ma per quel reato il magistrato era pronto a togliere il trentottenne dalla cella e dargli i domiciliari. Però non ha potuto farlo. "Sono troppo povero - ha spiegato il detenuto parlando a Tomassini - non ho dove andare. Non ho una casa, non ho da mangiare. Non ho nessuno. Sono troppo povero io, giudice per favore mi tenga qui".
La marijuana - Lo sloveno era finito in carcere dopo una rapida indagine scattata meno di una settimana fa. È giovedì scorso quando i Carabinieri sorprendono una donna e un uomo che si scambiano 13,5 grammi di marijuana. Prima fermano l'acquirente, poi rintracciano la donna (il pusher), e si fanno accompagnare nell'appartamento in cui lei è momentaneamente ospite. Ed è lì che, rovistando qua e là, i militari dell'Arma scoprono lo stupefacente. Quasi un chilo.
Tanto il padrone di casa, tanto la donna che poco prima aveva ceduto i 13,5 grammi, sostengono di non sapere nulla della presenza di quel quantitativo di marijuana. Ma in quell'alloggio è ospite anche il trentottenne sloveno. Che si assume tutta la responsabilità. "Sì, è roba mia", ammette, scagionando così i due amici, che vengono liberati. Per lui si aprono invece le porte del Coroneo.
La storia - Tocca a Tomassini, il gip di turno, occuparsi dell'interrogatorio di convalida, dove emerge la storia personale del trentottenne sloveno e la richiesta di restare in cella. Perché lui una casa per i domiciliari non ce l'ha. E non ha neppure da mangiare.
"Sono troppo povero, giudice. La prego, mi tenga qui". L'ordinanza del gip va letta. Perché va ben oltre la fredda giurisprudenza. "Egli (lo sloveno, ndr) - annota Tomassini - ha riferito di abitare a Capodistria, senza tuttavia essere in grado di indicarne la via, e ha palesato uno stato di profondissima difficoltà sotto vari punti di vista. È chiaro, pertanto, che la detenzione a fini di spaccio della sostanza stupefacente fosse, e sia, una necessità, ancor prima che una scelta di natura criminosa. Egli - osserva il gip - per forza di cose utilizzava la droga come unico possibile mezzo di sostentamento (...). La misura maggiormente adeguata e conforme alla effettiva gravità della situazione, cioè gli arresti domiciliari, è impercorribile per mancanza di un domicilio. Inevitabile, pertanto, l'applicazione della custodia cautelare in carcere".
La scelta difficile - Scelta sofferta, per il gip Tomassini. Ma non è la prima volta che si trova a fronteggiare situazioni analoghe. "Mi era successo con uno slovacco che dormiva sui treni. Disse che preferiva stare in cella, che non aveva mai mangiato così bene. E questo trentottenne sloveno, che non ha niente e che non ha nessuno da cui andare, si troverebbe ora nelle condizioni di dover delinquere ancora, o di fare l'elemosina, per sopravvivere. Il fatto incredibile è che questa cosa avviene a Trieste, tra di noi, tre le persone che incontriamo. Non alla periferia del mondo - riflette. Io mi domando, allora, la giustizia è roba da ricchi? O aveva ragione Lenin, sul concetto di libertà? "Libertà sì, ma per chi? E per fare cosa?".










