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di Maria Novella De Luca

La Repubblica, 18 ottobre 2022

La famosa scultura azzurra costruita a Trieste dai pazienti dell’ospedale psichiatrico, che la portarono in corteo abbattendo il muro del manicomio, è ospitata in un deposito a Muggia, quando non è in giro per il mondo. L’amministrazione ha deciso però che “l’ingombro” dev’essere rimosso. Peppe Dell’Acqua: “Atto finale e simbolico dello smantellamento della legge 180”.

Marco Cavallo non ha più una casa. Oppure, simbolicamente, una stalla, se volete, visto che seppure di legno e cartapesta parliamo di un destriero azzurro, alto quattro metri, il cui soprannome potrebbe essere “libertà”. È nato nel 1973 Marco Cavallo, costruito dai pazienti del manicomio di Trieste, una scultura così grande e imponente che per farla uscire da quel luogo di reclusione Franco Basaglia dovette spaccare, materialmente, con una panchina di ghisa, un pezzo del muro di cinta dell’ospedale psichiatrico “San Paolo”.

Il significato - Dietro Marco Cavallo, era il 25 febbraio del 1973, uscirono dal manicomio oltre seicento pazienti, infermieri, medici, i familiari dei degenti, in un corteo (incredibile) di facce impaurire e facce felici, di occhi non più abituati al “fuori”, all’orizzonte. Tutti coloro che per un anno intero avevano partecipato al primo laboratorio teatrale di quell’istituto, simbolo di internamento, di cui Basaglia era diventato direttore nel 1972, l’artista Vittorio Basaglia e lo scrittore Giuliano Scabia, i ragazzi dell’Accademia di Belle arti di Venezia, i “matti” e i sani come si diceva allora, percorsero le strade di Trieste per raccontare, concretamente, cosa voleva dire la riforma voluta da Basaglia che avrebbe portato alla legge 180 e alla chiusura dei manicomi.

Buttato via, perché un ‘ingombro’ - Cinquant’anni dopo, mentre Marco Cavallo ancora galoppa per il mondo, richiesto da congressi, festival teatrali, carceri, ovunque si parli di “reclusione”, il sindaco leghista di Muggia, comune alle porte di Trieste, ha deciso che per la sua amministrazione quella statua è un “ingombro” e l’ha sfrattata dai depositi comunali dove Marco Cavallo era custodito tra un viaggio e l’altro. In una “stalla” protetta che era stata messa a disposizione dalla precedente giunta di centrosinistra.

Il primo cittadino di Muggia è Paolo Polidori, noto perché quando era vicesindaco di Trieste, al grido “voglio pulita la città”, buttò orgogliosamente in un cassonetto il povero giaciglio di un clochard, coperte e stracci con cui il senzatetto romeno si difendeva dal freddo. Descrivendo poi minuziosamente la sua bravata su Facebook. Adesso tocca a Marco Cavallo, simbolo mondiale della chiusura dei manicomi, di quel “modello Trieste” ancora oggi studiato in tutto il mondo, come racconta Peppe Dell’Acqua, psichiatra, che di Basaglia è stato tra i principali collaboratori.

“Nelle scorse settimane l’associazione “Franco Basaglia” che gestisce Marco Cavallo, i suoi viaggi, le sue trasferte, in questi giorni ad esempio è Castiglioncello, ha ricevuto una lettera protocollata in cui si annuncia che l’ingombro, sì, questa è la parola utilizzata dal sindaco, dovrà essere rimosso dai depositi comunali. Questo vuol dire che Marco Cavallo quando tornerà a casa, a Muggia, non sarà il benvenuto. Anzi troverà le porte chiuse del deposito”.

Ritorno al passato - Un gesto che è plasticamente la conclusione, spiega Peppe Dell’Acqua, “del progressivo smantellamento della eccellente rete dei centri di salute mentale di Trieste, ad opera negli ultimi anni della giunta di destra e leghista, disarticolando così tutto il lavoro di Franco Basaglia, verso una progressiva re-istituzionalizzazione delle persone con problemi mentali”. Insomma lo sfratto di Marco Cavallo, che venne costruito con una porticina nella pancia, così decisero i pazienti, “perché lì dentro potessero mettere le lettere, i loro pensieri, i loro oggetti, portati finalmente fuori, nel mondo” rappresenta secondo gli psichiatri basagliani l’anticamera di un nuovo confinamento dei “matti” nell’apartheid della malattia.

Il destriero blu, al quale sono stati dedicati libri e documentari, in realtà esisteva davvero e si chiamava, appunto, Marco. Era il cavallo che tirava un carretto all’interno del manicomio di Trieste sul quale venivano caricati i panni sporchi, gli oggetti pesanti, il materiale da cucina. I pazienti amavano quel cavallo, ormai troppo vecchio e destinato al macello. Così nel 1972, quando anche da quelle stanze iniziarono ad uscire le voci degli internati, i pazienti inviarono una lettera all’amministrazione regionale, firmata Marco Cavallo, chiedendo di non far abbattere il vecchio ronzino, ma di lasciarlo alle cure dei degenti del manicomio.

Una storia ‘magica’ - Una presenza evidentemente così importante e domestica, per quei mondi a sé che erano gli ospedali psichiatrici, che i pazienti decisero poi di dedicare proprio a Marco Cavallo il primo laboratorio artistico mai entrato in quelle stanze. Il cavallo vero scampò al mattatoio e finì i suoi giorni tra i “matti” che per decenni lo avevano accudito.

Peppe Dell’Acqua dice che Marco Cavallo è una storia magica. “Ovunque venga portato, sia il cortile di un carcere o un festival teatrale, Marco Cavallo rappresenta la libertà riconquistata dagli internati. Il diritto di essere nella società. Accanto a lui c’è sempre musica, arte, libertà. Basaglia buttò giù l’architrave del cancello con una sedia per farlo uscire, come a voler picconare la soglia del dentro e del fuori, nessuno è completamente sano, nessuno è completamente folle. Noi siamo tutti su una soglia, malattia e salute convivono. La rivoluzione di Basaglia è stata quella di aver considerato il folle una persona, una persona schizofrenica è prima di tutto una persona, poi è, anche, la sua schizofrenia”.

Una profonda importanza - Che fine farà il destriero azzurro? Chi darà una casa a Marco Cavallo, affinché questo straordinario cantastorie non perisca all’addiaccio travolto dalla bora che soffia lassù? Scriveva Franco Basaglia: “Marco Cavallo, come simbolo della libertà da contrapporre alla miseria della psichiatria, fu un’esperienza unica. Potrebbe sembrare che il lavoro di Marco Cavallo sia stato un gioco fugace, come la costruzione di un castello di sabbia spazzato via dalla prima onda. Noi non sappiamo cosa sia stato Marco Cavallo, ma una cosa è certa: per noi ha avuto una profonda importanza”.