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di Nicolò Girardi

triesteprima.it, 6 novembre 2025

La denuncia arriva dal garante dei detenuti, l’avvocato Elisabetta Burla. Gli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo saranno al vaglio, oltre che del direttore dell’istituto e del magistrato di sorveglianza, anche del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. “Con tempi aleatori e indeterminati”. Alle ormai croniche criticità che attanagliano la vita all’interno del Coroneo si aggiunge l’ennesima denuncia da parte del garante dei detenuti, l’avvocato Elisabetta Burla. La notizia della riduzione degli spazi dedicati alla rieducazione, con la conseguenza di un iter sempre più “farraginoso” rispetto alle autorizzazioni per lavorare assieme ai detenuti, sta complicando “l’opera di risocializzazione”, oltre allo “sviluppo dei contatti con la comunità carceraria e la società libera”.

La questione - Il punto in questione è la scelta, da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di avocare a sé, dopo i pareri del direttore dell’istituto carcerario e del magistrato di sorveglianza del tribunale, la decisione rispetto alle sopra menzionate autorizzazioni “per poter svolgere eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo”. Insomma, altro che garantismo e rieducazione, bensì un’altra “mazzata” per i diritti delle persone detenute. Tra i dettagli denunciati dalla Burla c’è anche la questione dei tempi: l’autorizzazione, dopo i diversi passaggi, andrebbe incontro a tempistiche “assolutamente aleatorie” e “indeterminate”.

Un dato, quest’ultimo, che contrasta con quanto sancito dall’articolo 17 della legge 354 del 1975, sottolinea la garante dei detenuti. La legge, infatti, afferma che “sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione e secondo le direttive del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di poter utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti con la comunità carceraria e la società libera. Le persone indicate nel comma precedente operano sotto il controllo del direttore”.

La possibile regressione - La modifica rispetto alle autorizzazioni non rappresenta, secondo la Burla, “solo una regressione” in merito al percorso di rieducazione, ma nasconde “una serie di ostacoli volti a rendere sempre più complesso quel percorso, dimostrando - ad alti livelli - una sfiducia, neppure mal celata, verso i direttori degli istituti, e in generale degli operatori penitenziari che, con estrema difficoltà, si trovano a lavorare in luoghi sempre più sovraffollati”. In luoghi dove fragilità e marginalità sono ormai regola, e dove c’è enorme bisogno di “interpreti e mediatori culturali” (questo a causa delle barriere linguistiche che ogni giorno emergono) si manifestano “sfiducia e delegittimazione anche nei confronti della magistratura di sorveglianza, anch’essa lasciata a operare “in trincea” a causa dell’assenza importante di personale, anche amministrativo”.

Il tutto striderebbe se confrontato con le dichiarazioni del governo “a favore di telecamera” in relazione alla situazione delle carceri. Di recente il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha visitato la casa circondariale triestina. “Pur apprezzando lo sforzo titanico degli operatori” conclude la Burla, Sisto ha affermato come il vero problema stia nel sovraffollamento. A tutto ciò si era aggiunto il commento sui due fenomeni da evitare. “Lo sdegno e la depressione”. I detenuti che vivono male, in assenza di condizioni igieniche “soddisfacenti” e alle prese con una “brutta sanità” rischiano di venire travolti dallo sdegno. “Le rivolte diventano una sorta di protesta contro il luogo in cui vivi”. Per il garante dei detenuti, la depressione “ti prende quando non hai prospettive, se non c’è un percorso trattamentale che ti dà l’idea che al di fuori c’è qualcosa da fare, che puoi fare; la depressione può comportare anche gesti di autolesionismo”. L’aumento dei suicidi nelle carceri, ormai, “non fa neanche più notizia”.