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di Luca Bonzanni

Avvenire, 12 novembre 2024

In una bozza di decreto ministeriale spunta l’ipotesi di figure che avranno il compito di mediare durante le sommosse. A essere coinvolti saranno ispettori e sovrintendenti della Polizia penitenziaria. L’obiettivo è favorire la “de-escalation” dei soggetti coinvolti in risse. Previsti corsi formativi con esame. Alla base c’è la “necessità di adottare una gestione efficace degli eventi critici di natura particolarmente complessa che turbano gravemente l’ordine e la sicurezza degli istituti penitenziari”. Per farlo, anche nella polizia penitenziaria entreranno in servizio i “negoziatori”: figure nuove per il corpo (ma già presenti nella Polizia di Stato e nei Carabinieri), che avranno il compito di mediare durante rivolte, sommosse, proteste collettive o azioni di un singolo recluso che possano mettere a rischio l’incolumità di agenti, operatori, strutture, provando a scongiurare l’uso della forza.

Il profilo di questo nuovo ruolo è contenuto nella bozza di un decreto del ministero della Giustizia da poco condiviso con i sindacati di categoria, per dar concretezza nei prossimi mesi a questa novità. Che matura - come si coglie in filigrana al documento - come tentativo di risposta alle crescenti tensioni che attraversano le carceri d’Italia. Il decreto finale andrà a definire il perimetro del nuovo ruolo: “Il negoziatore - si legge al primo articolo - interviene nei casi di eventi critici di speciale complessità che possono verificarsi in ambìto penitenziario e nello svolgimento dei compiti istituzionali del corpo di polizia penitenziaria, attuando le tecniche operative idonee rispetto al livello di rischio dello scenario e funzionali alla strategia stabilita per la gestione non conflittuale della situazione”.

In particolare, “il ruolo del negoziatore è quello di favorire la de-escalation emotiva dei soggetti coinvolti, il contenimento della minaccia, prendere tempo, salvaguardare la tutela dell’incolumità dei presenti, creare i presupposti per la resa del soggetto e l’eventuale rilascio di ostaggi, consentire la risoluzione o riduzione del danno”. Non agirebbe in solitaria, ma sempre in raccordo con altri, perché - specifica la bozza - “l’attività di negoziazione è distinta dalla responsabilità decisionali”: in sostanza, “l’assunzione degli obiettivi strategici” della negoziazione “deve essere sempre ricondotta all’autorità competente”, ad esempio un magistrato, “sulla base degli sviluppi dell’attività in corso”. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) definirà poi un vero e proprio protocollo operativo; i negoziatori saranno incardinati nelle articolazioni territoriali Gruppo operativo mobile (il Gom, che ha compiti di interventi di alto profilo operativo), nel Nucleo investigativo centrale (che si occupa prevalentemente di indagini su criminalità organizzata e terrorismo) e nel Gruppo di intervento operativo della polizia penitenziaria (istituito a maggio per affrontare le emergenze in carcere).

L’introduzione del negoziatore è un tassello che si affiancherebbe ad altre iniziative prese nell’ultimo periodo dal governo per rispondere ai turbamenti che attraversano gli istituti di pena, come l’istituzione - contestata dal mondo dell’associazionismo e dei penalisti - del reato di “rivolta in carcere” previsto dal Ddl Sicurezza ora in discussione al Senato. Ma cosa sta succedendo, nelle carceri italiane? Secondo l’ultimo report, del Garante nazionale dei detenuti basato sui dati del Dap, dall’inizio dell’anno e fino al 4 novembre si sono contate sei rivolte (contro le due dello stesso periodo del 2023), 177 “atti collettivi turbativi dell’ordine e della sicurezza” (+74%), 281 rifiuti collettivi di rientrare nelle celle (+64%).

L’aspetto più rumoroso del dramma silenzioso e quotidiano che si consuma nelle celle: sono infatti 80 i detenuti che si sono tolti la vita da inizio anno, ormai vicini al record negativo del 2022 (84 suicidi), e 1.778 i tentati suicidi (+8%). La nuova figura del negoziatore della polizia penitenziaria si articolerebbe su due livelli: uno strettamente operativo, l’altro con compiti di docenza e di formazione e con la possibilità di intervenire nelle situazioni di “eccezionale gravità”. Il decreto fissa anche le modalità d’accesso alla specializzazione, riservata agli ispettori e ai sovrintendenti della polizia penitenziaria.

Per gli “operativi” si prevede un corso della durata non inferiore a tre settimane presso “una scuola, istituto di istruzione o altra sede formativa decentrata designata dall’amministrazione”, con un esame finale; sarà poi necessario, “al fine di garantire il necessario mantenimento delle competenze”, effettuare “periodiche attività di aggiornamento professionale, anche presso altre forze di polizia, e conseguire le relative valutazioni positive”.