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di Natascia Ronchetti

Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2025

Le 32 Rems oggi esistenti in Italia dispongono di appena 630 posti letto, ne occorrerebbero almeno il doppio. Ciò che teme la Corte Costituzionale - e cioè che le gravi criticità delle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) non tutelino né i detenuti con disturbi mentali che devono essere curati né la sicurezza pubblica - è già accaduto. Due volte nell’arco di poco tempo. Prima, nell’ottobre del 2023 a Milano, l’omicidio di Marta Di Nardo, da parte di un pregiudicato infermo di mente in attesa di ricovero. Poi, poco più di due mesi fa, a Caprarola (Viterbo), l’uccisione di un netturbino ad opera di un altro pregiudicato, anche egli in lista d’attesa per essere ricoverato. Entrambi erano in libertà vigilata.

Il fallimento delle Rems - Sono trascorsi tre anni da quando la Consulta ha rilevato “numerosi profili di frizione con i principi costituzionali” nell’applicazione concreta della legge 81 del 2014. Vale a dire la normativa che ha istituito le Rems, affidandone la gestione ai sistemi sanitari regionali e archiviando definitivamente l’era degli ospedali psichiatrici giudiziari. Tre anni di silenzio, senza alcun intervento legislativo. Un silenzio rotto principalmente dalle voci degli psichiatri, da tempo in rivolta. “La legge 81 è un fallimento totale ma nessuno ha ancora messo mano a una riforma, sollecitata peraltro dalla stessa Consulta”, dice Giuseppe Nicolò, direttore del dipartimento Salute mentale dell’Asl Roma 5. Nessuno, tra gli psichiatri, vuole fare marcia indietro e tornare all’orrore degli Opg, dove la custodia prevaleva sulle cure. “Ma il sistema rischia di saltare”, osserva Emi Bondi, ex presidente della Società italiana di Psichiatria e membro del tavolo tecnico sulla salute mentale voluto dal ministro Orazio Schillaci.

Il punto è che le 32 Rems oggi esistenti in Italia dispongono di appena 630 posti letto. Troppo pochi. Ne occorrerebbero almeno il doppio. E anche così non si riuscirebbe ad assorbire il numero delle persone in lista d’attesa, che sono 750: hanno commesso reati ma sono inferme di mente e non possono essere trattenute in carcere. Mentre altre 45 si trovano dove non dovrebbero essere: dietro le sbarre. Senza contare la distribuzione non omogenea sul territorio. In Umbria e in Calabria non è presente nemmeno una struttura e in Friuli Venezia Giulia si contano appena tre posti letto. Senza contare che la legge 81 ha sganciato le Rems dalle competenze del ministero della Giustizia, affidandole al servizio sanitario nazionale, quindi alle Regioni. Condizione, questa, che la Consulta aveva già giudicato incompatibile con l’articolo 110 della Costituzione, che assegna al Guardasigilli la responsabilità dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi che riguardano la giustizia.

L’intervento del Csm - Nei giorni scorsi il Consiglio superiore della magistratura ha però approvato all’unanimità il documento finale sulle Rems, frutto del lavoro della commissione mista per lo studio dei problemi della magistratura di sorveglianza e dell’esecuzione penale. Documento che chiede il rafforzamento dei servizi territoriali di salute mentale e una riforma strutturale complessiva. Non solo aumentando sensibilmente i posti letto disponibili ma ripensando l’intero sistema. Anche prevedendo strutture ad alta sicurezza per gestire i casi più complicati e socialmente pericolosi. E istituendo un albo di esperti psichiatrici per offrire consulenze capaci di evitare il ricorso improprio alle Rems. Infine, i magistrati chiedono il coinvolgimento del ministero della Giustizia nella gestione di queste strutture, in linea con quanto sollecitato dalla stessa corte Costituzionale con la sentenza 22/2022: un aspetto dirimente.

Ai medici anche compiti di custodia - L’assegnazione delle competenze alla sanità pubblica ha infatti portato all’estromissione della polizia penitenziaria dalle strutture (la vigilanza è affidata a guardie giurate), caricando sulle spalle dei medici - denunciano gli psichiatri - anche compiti di custodia. Con l’aggravante che una sentenza della Corte di Cassazione, nel 2005, ha annoverato tra i disturbi mentali anche i comportamenti antisociali. “Il risultato è che spesso nelle Rems troviamo pregiudicati che dovrebbero stare in carcere mentre altri, infermi, sono in libertà vigilata, con risvolti sociali drammatici”, spiega Bondi. Come se non bastasse sull’intero sistema regna una grande confusione. “C’è persino una enorme discrepanza tra i dati che sono in possesso del ministero della Salute e quelli a disposizione del dicastero alla Giustizia”, dice Nicolò.

È il magistrato, sulla base di una perizia psichiatrica, a disporre la misura del ricovero in una Rems. E siccome il posto non c’è, il pregiudicato può restare in attesa a lungo, in libertà vigilata. Con il risultato che il sistema non riesce a tutelare né le potenziali vittime di aggressioni né il diritto alla salute del malato che ha commesso reati, come è stato appunto sottolineato dagli stessi giudici della Consulta, secondo i quali il magistrato non può inoltre sottostare al tipo di organizzazione che si sono date le Regioni. Il documento del CSm ha di fatto recepito ciò che la Società italiana di psichiatria rivendica da tempo: il primo passo dovrebbe essere quello di ripristinare il controllo sulle Rems da parte del ministero della Giustizia. “Chiediamo anche - dice Bondi - una gradualità di percorsi per le persone con vizi di mente. Le strutture dovrebbero essere organizzate su più livelli correlati all’intensità e alla gravità del disturbo, con la possibilità di prevedere una forma di custodia per i soggetti che manifestano un alto grado di pericolosità sociale”.