di Arrigo Cavallina
L'Arena di Verona, 17 aprile 2020
È difficile, con le competenze e le informazioni di un cittadino medio, prendere posizione nel palleggiamento di responsabilità su tutto quanto andava e va fatto per contrastare il virus, in generale e in particolare nelle carceri: tra Governo, Regioni, Enti locali, Aziende sanitarie, Amministrazione penitenziaria, Magistratura e così via.
Mi trovo però completamente d'accordo con l'assessore Bertacco (L'Arena del 14 aprile) almeno sul punto che il Governo, apparentemente succube del ministro della Giustizia Bonafede, abbia sottovalutato se non ignorato il rischio gravissimo di contagio nelle carceri e abbia adottato provvedimenti totalmente al di sotto delle necessità e del buon senso.
Malgrado le vivaci raccomandazioni provenienti da ogni ambito informato: dalle Camere dell'avvocatura penale al Consiglio superiore della Magistratura, dai docenti di diritto penale alle organizzazioni di volontariato, dal personale che in carcere lavora e perfino dalla voce più alta e autorevole, del Papa.
Tutti a far presente che il sovraffollamento costringe a non rispettare le indicazioni per noi obbligatorie della distanza minima e che in poche carceri si potrebbero aprire reparti di quarantena. Mentre quasi un terzo dei detenuti sono tecnicamente innocenti in attesa di giudizio definitivo e quasi un terzo dei condannati ha ancora da scontare meno di due anni.
Ci sarebbero cioè le condizioni per uno sfoltimento che non rappresenti la minima minaccia alla sicurezza sociale, anzi verrebbe privilegiata la sicurezza sanitaria a vantaggio non solo dei detenuti usciti o rimasti, ma dello stesso personale costretto ad avere con loro contatti, e di noi tutti per il rischio di propagazione.
Invece il Decreto governativo prevede lo spostamento ai domiciliari solo per chi ha un residuo di pena inferiore ai 6 mesi, e i domiciliari con braccialetto elettronico per chi ha fino a 18 mesi. E qui la farsa del braccialetto, che non c'è, ma c'è in quanto annunciato, cioè in quanto ci sarà. Su tempi che non credo si potrà convincere il virus a rispettare. E ancora l'impossibilità di uscire, anche per chi avrebbe i requisiti tranne quello fondamentale di un luogo dove abitare e rinchiudersi.
In conclusione, siamo ancora con 5.000 detenuti in più rispetto ai posti teoricamente disponibili; il contagio è in piena diffusione con numeri che sono già diventati ingestibili. E meno male che, con inqualificabile ritardo, si stanno finalmente consegnando gli strumenti assolutamente necessari (mascherine, guanti, occhiali, tute, disinfettanti).
C'è però almeno una notizia confortante: la parte che potremmo chiamare buona dell'Amministrazione penitenziaria (la Cassa Ammende, presieduta dall'ex magistrato Gherardo Colombo, e la Direzione generale per l'esecuzione penale esterna) hanno deciso due programmi d'intervento per finanziare le strutture che ospiteranno detenuti privi di abitazione propria e quindi altrimenti esclusi dalla detenzione domiciliare. Si tratta di cifre che non consentono speculazioni, ma che riconoscono e compensano almeno la buona volontà.
Programmi di questo impegno richiedono una ricognizione delle risorse territoriali, comunali e di altri enti (penso in primo luogo a Caritas) e un coordinamento che credo solo l'Ente locale può svolgere.
Mi sembra molto apprezzabile la disponibilità che l'assessore Bertacco dichiara, anche a trovare siti alternativi. Non dovrebbe trattarsi solo di spazi per detenuti positivi al virus, ma anche di spazi per consentire lo spostamento in detenzione domiciliare di un numero di persone tale da lasciare il carcere in condizioni di rispetto della normativa comune e di relativa sicurezza, per i detenuti e per tutto il personale che ci lavora.










