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di Francesco Semprini

La Stampa, 16 agosto 2025

Summit di tre ore in Alaska: il risultato è in chiaroscuro. Lo Zar invita a Mosca il presidente americano e parla di faccia a faccia costruttivo. “Therès no deal until deal”. Non c’è accordo sino a quando non lo si fa: la categoria lessicale non lascia spazio a dubbi, almeno per quanto riguarda il cessate il fuoco (totale o aereo che dir si voglia), l’obiettivo che Donald Trump si era preposto alla vigilia del vertice di Anchorage con Vladimir Putin. A dispetto del cerimoniale di benvenuto, che sembrava incanalare il summit su un binario costruttivo - tappeto rosso, mini applauso di circostanza del presidente degli Stati Uniti al collega russo che si avvicinava (frammento successivamente cancellato dai video ufficiali), strette di mano e sorrisi all’interno dell’auto - l’epilogo è stato quanto meno sibillino. Se non deludente.

Non solo perché non è arrivato l’annuncio di un cessate il fuoco (in realtà era presuntuoso aspettarselo) non sono giunte neppure indicazioni sull’avvio di un percorso di convergenze verso una tregua. Altri due elementi da evidenziare sono il fatto che al bilaterale a tre (Trump + 2 vs Putin + 2), non ha fatto seguito la colazione ufficiale, ovvero il momento in cui il confronto si sarebbe allargato anche agli altri membri delle rispettive delegazioni. “Non per mancanza di appetito”, commentano sarcastici alcuni osservatori al “Dena’ina Civic and Convention Center”, il quartier generale dove sono assiepati i giornalisti qui ad Anchorage. “La mancanza - proseguono - potrebbe essere stata di argomenti validi”. Il fatto poi che il confronto fiume di quasi tre ore sia stato consegnato ai media con una conferenza di 12 minuti fa sorgere qualche dubbio, aggravato dal fatto che a parte le rispettive dichiarazioni, l’inquilino della Casa Bianca e il leader del Cremlino non hanno dato spazio alle domande dei giornalisti.

“È stato un incontro molto produttivo. Abbiamo discusso diversi punti, alcuni molto importanti. Ci sono stati grandi progressi”, dice Trump mentre Putin parla di faccia a faccia “costruttivo”. Quali siano i passi in avanti e i progressi non è chiaro, forse la fragilità della trattativa impone un momentaneo riserbo. “Abbiamo avuto un incontro estremamente produttivo e molti punti sono stati concordati. Ne mancano solo pochi. Alcuni non sono così significativi, uno è probabilmente il più significativo, non ci siamo arrivati, ma abbiamo ottime possibilità di arrivarci”, si limita a dire il presidente Usa. Nello scambio diretto sugli scranni della base militare di Elmendorf-Richardson, ci sono anche attestati di stima reciproca tra i due leader. “Ho sempre avuto un fantastico rapporto con Putin”, chiosa Trump. A cui il presidente russo dà ragione quando dice che se fosse stato presidente degli Stati Uniti lui al posto di Joe Biden la guerra in Ucraina non sarebbe mai iniziata.

Poi però la doccia fredda quando l’inquilino della Casa Bianca afferma che incontrerà di nuovo “Vladimir”. “Next time in Moscow”: la prossima volta a Mosca, replica in inglese Putin, bruciandolo sul tempo. Quasi a escludere al momento formati più ampi di trattative, come quello trilaterale su cui puntava Trump includendo anche il presidente ucraino Volodimyr Zelensky. “A breve chiamerò Nato e Zelensky”, dice il comandante in capo in segno di rassicurazione. “Kiev e l’Europa non ostacolino i progressi che stanno emergendo negli sforzi per risolvere il conflitto in Ucraina”, replica lapidario Putin.

Sul fatto che vi siano stati dei progressi, tuttavia, le parti sono d’accordo. “Ci sono ottime chance per un accordo” in Ucraina, afferma l’inquilino della Casa Bianca, mentre lo “zar” auspica che “gli accordi raggiunti oggi aprano la strada alla pace in Ucraina”. “Io e il presidente Trump abbiamo instaurato un contatto molto buono, pragmatico e di fiducia reciproca - dice Putin -. Ho ragioni di credere che continuando su questa strada potremo mettere fine al conflitto in Ucraina. Tanto prima tanto meglio”. “Il nostro Paese è sinceramente interessato a mettere fine a questo”, aggiunge il leader del Cremlino. In questo senso una convergenza sembra essere stata raggiunta sulle “garanzie a Kiev”, invocate a più riprese dall’Europa. “Il presidente Trump oggi ha parlato di questo - afferma Putin -, ovvero che sia garantita la sicurezza dell’Ucraina, e siamo pronti a lavorare su tale aspetto”.

Per il tycoon ci sono “pochissimi” problemi irrisolti con la Russia, che saranno discussi nel prossimo incontro tra i due. Il Ferragosto più caldo della storia dell’Alaska finisce così, senza appendici da parte delle delegazioni - spiegano a La Stampa fonti informate -, al contrario di quanto si credesse. Solitamente quando i vertici individuano le intese quadro i delegati lavorano al loro interno per perfezionarne gli aspetti più tecnici. Un passaggio che per ora è rinviato, come rimane in sospeso la data della presunta missione moscovita di Trump. Lui vorrebbe avvenisse il prima possibile per inviare un segnale di continuità all’indomani di un summit in chiaroscuro. Per Putin fretta non c’è, la Russia è tornata al centro delle relazioni internazionali, lui è stato accolto col tappeto rosso negli Usa dopo lustri di assenza e di fatto riabilitato dopo la discesa agli inferi post invasione, e sul terreno l’Armata di Mosca avanza inesorabile. Al momento allo “zar” va bene così.