di Matteo Garavoglia
Il Manifesto, 7 dicembre 2025
Ondata di arresti: giornalisti, oppositori, membri della società civile. Ieri la protesta. In Tunisia, ogni giorno che passa il vento della repressione si fa sempre più forte, occupa le istituzioni, le stanze di chi si oppone all’attuale regime autoritario del presidente della Repubblica Kais Saied e, in generale, le strade di tutto il Paese. Un vento gelido che ha travolto dissidenti, giornalisti, attivisti e membri della società civile. Nelle ultime ore è stato toccato il livello più alto della repressione politica dal colpo di Stato del 25 luglio 2021, quando il responsabile di Cartagine ha congelato il Parlamento, sciolto il governo, svuotato lentamente i poteri della magistratura e intrapreso un percorso istituzionale sempre più autoritario. Gli effetti di queste manovre si stanno vedendo su più fronti e rappresentano probabilmente un punto di non ritorno per il futuro politico e sociale della Tunisia.
In primis, le recenti sentenze della Corte d’appello di Tunisi per il cosiddetto processo di complotto contro lo Stato hanno aperto un baratro per decine di personalità politiche. Nonostante il dossier aperto nel 2023 mostri diverse lacune da un punto di vista giuridico e procedurale, sono arrivate condanne fino a 45 anni per 34 persone, accusate a vario titolo di minare la sicurezza dello Stato. In particolare, gli arresti di figure come Chaima Issa, avvenuto lo scorso 29 novembre a Tunisi a margine di una manifestazione femminista per denunciare l’attuale fase repressiva, Ayachi Hammami, ex ministro dei diritti umani e storico militante di sinistra, e Ahmed Néjib Chebbi, presidente del movimento di opposizione del Fronte di salvezza nazionale, incarcerato all’età di 81 anni, hanno scosso una parte rumorosa dell’opinione pubblica.
In particolare, Issa era già stata arrestata nel febbraio 2023, all’inizio del processo per complotto contro lo Stato, e poi rilasciata alcuni mesi dopo con il divieto di viaggiare e di apparire negli spazi pubblici. Ciononostante, lei, Hammami e Chebbi non hanno mai smesso di prendere parte a manifestazioni e mettere luce su uno dei capitoli più bui della Tunisia post-Rivoluzione del 2011.
Nella giornata di ieri alcune migliaia di persone si sono ritrovate nel pieno centro di Tunisi per denunciare questi ultimi arresti e, in generale, chiedere la liberazione di tutti i prigionieri all’interno di un processo considerato da più parti politicamente motivato. Una manifestazione il cui percorso non è stato dichiarato alle forze di polizia e che ha raggiunto uno dei luoghi simbolo della capitale, avenue Bourguiba.
Le maglie della repressione non si fermano qui. Da un lato, la promulgazione del decreto legge n. 54 del settembre 2022 sulla divulgazione di false informazioni ha portato all’arresto di diverse figure pubbliche come Sonia Dahmani, rea di avere pronunciato una battuta in televisione per denunciare le politiche migratorie dell’attuale governo, ritenute razziste e xenofobe.
Dopo più di un anno in carcere, nonostante fossero scaduti i termini della custodia cautelare, Dahmani è stata liberata la settimana scorsa ma rimane in attesa del processo definitivo. Un dettaglio non di poco conto, visto che la sua uscita dal carcere è avvenuta qualche ora dopo una pronuncia del Parlamento europeo che denunciava la sua situazione e il deterioramento dello stato di diritto in Tunisia.
All’interno di questo ecosistema repressivo, la società civile rappresenta forse il bersaglio principale. Oltre alla chiusura amministrativa di trenta giorni imposta a decine di organizzazioni e giornali, che ha portato al congelamento delle loro attività per trenta giorni lasciando diverse perplessità sul loro futuro, c’è chi, in questo momento, si trova in prigione senza capire realmente il perché.
È il caso di Saadia Mosbah, figura storica del movimento antirazzista in Tunisia, fondatrice nel 2013 dell’associazione Mnemty (“il mio sogno”) e una delle principali promotrici della legge del 2018 che criminalizza ogni forma di discriminazione in Tunisia. Arrestata nel maggio 2024 nella sua abitazione con l’accusa di riciclaggio di denaro, alla presenza di suo figlio Feres Gueblaoui, si trova attualmente in carcere, dove ha anche ricevuto il premio Martin Ennals per i difensori dei diritti umani.
“Quando la polizia ha fatto irruzione e ha portato via mia madre, gli agenti mi hanno assicurato che sarebbe tornata a casa dopo qualche ora. Sono ormai diciotto mesi che aspetto quel momento”, sono le parole di suo figlio al manifesto. La situazione di Saadia Mosbah è molto simile a quella di altre decine di membri della società civile che lavorano in ambito migratorio, uno dei dossier più sensibili dell’attuale regime. Negli ultimi due anni, infatti, sono stati compiuti diversi arresti con l’accusa di riciclaggio di denaro e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come nel caso di Sharifa Riahi, Abdallah Said e Saadia Mosbah. Un percorso politico che ha seguito in parallelo il dispositivo securitario messo in atto ai danni di decine di migliaia di persone di origine subsahariana, vittime di deportazione coatta in aree desertiche e di arresti arbitrari.
“Mia madre sta bene - prosegue Gueblaoui - il suo morale ha alti e bassi ma è normale per chi è in prigione. Ciò che conta è che lei resta forte perché è certa di non aver fatto nulla. Aspetta la giustizia, nel suo doppio senso: che la giustizia sia davvero giusta”. Un’attesa che non ha una data di scadenza e su cui non ci sono garanzie nette. Il peso dell’arbitrarietà di queste scelte mina la vita quotidiana di Feres Gueblaoui e delle centinaia di familiari di chi attualmente si trova nelle carceri tunisine.
“Sono ormai diciotto mesi che non tocco mia madre, che non sento il suo odore e che le parlo solamente attraverso un vetro. Come famiglia abbiamo depositato una domanda per avere colloqui senza restrizioni, ma ci hanno negato anche questo senza mai darci spiegazioni. Abbiamo diritto solamente a un colloquio settimanale di 15 minuti e non riusciamo a parlare di niente”, è la conclusione amara del figlio di Mosbah.










