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di Nadia Addezio

nigrizia.it, 5 maggio 2026

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello del noto cronista El Hani, in carcere dallo scorso 24 aprile con accuse ritenute politicamente motivate. Colpite nei giorni scorsi anche realtà storiche come la Lega tunisina dei diritti umani, le cui attività sono state sospese per un mese. In Tunisia, i giornalisti sono nel mirino. Questa settimana il popolare cronista Zied El Hani ricomparirà davanti al tribunale di primo grado di Tunisi. La sentenza sul suo caso è attesa per giovedì 7 maggio. Noto per le sue posizioni contrarie alle politiche del presidente Kaïs Saïed, il cronista è stato arrestato il 24 aprile scorso per un post su Facebook in cui criticava una sentenza. L’accusa è “oltraggio alla corte”. Lunedì ha iniziato uno sciopero della fame.

La dinamica dell’arresto di El Hani - “Vi ricordate il caso del giornalista Khalifa El Kasmi, corrispondente di Mosaïque FM a Kairouan, che fu processato in un caso di terrorismo insieme a un ufficiale dell’unità antiterrorismo della Guardia nazionale (Abdel Aziz El Chamkhi, ndr), il quale gli aveva fornito un’informazione sul successo della sua squadra nello smantellare una rete terroristica?”. Inizia così il post che ha portato all’arresto di El Hani. Il giornalista era intervenuto a una conferenza alla facoltà di Giurisprudenza e Scienze politiche di Tunisi, dove aveva ripercorso il caso giudiziario controverso, conclusosi con un’assoluzione dei due imputati. El Kasmi ha scontato tre anni e mezzo di carcere, mentre Abdel Aziz El Chamkhi è morto in detenzione “sopraffatto dall’ingiustizia e dal dolore”.

Nel post, El Hani invitava a riascoltare il suo intervento. Dopo essere stato interrogato dalla Quinta unità centrale per la lotta ai crimini informatici e delle comunicazioni della Guardia nazionale, a El Aouina, è stato arrestato e posto in custodia cautelare. È processato ai sensi dell’articolo 86 del Codice delle telecomunicazioni che prevede fino a due anni di reclusione per “chiunque, consapevolmente, arrechi danno ad altri o turbi la loro quiete pubblica attraverso le reti di telecomunicazione pubbliche”.

L’Unione nazionale dei giornalisti tunisini ha reagito condannando “la politica di silenziamento delle voci e di indebolimento del principio di libertà di espressione, soprattutto nello spazio digitale”. Ha chiesto, inoltre, “l’immediata e incondizionata” scarcerazione, invitando le autorità a trattare casi di espressione di opinioni, come quello di El Hani, facendo riferimento al decreto legge 115 sulla libertà di espressione e non “leggi punitive come il Decreto 54 e il Codice delle comunicazioni”. Non è la prima volta che El Hani subisce un tentativo di imbavagliamento. Già a gennaio 2024 era stato posto in custodia cautelare con l’accusa di aver “insultato la persona” del ministro del Commercio, Kalthoum Ben Rejeb, durante un programma radiofonico da lui condotto. Era stato condannato a sei mesi di carcere con sospensione della pena.

Il caso di Mourad Zeghidi - A restare invischiato in questo clima di crescente repressione è stato anche il giornalista franco-tunisino Mourad Zeghidi, in carcere dal 2024. Condannato in primo grado a tre anni e mezzo di reclusione per “riciclaggio di denaro ed evasione fiscale” insieme all’editorialista Borhen Bsaies, il 28 aprile la Corte di appello di Tunisi ha di nuovo respinto le richieste di scarcerazione presentate dalla difesa.

Il giornalista di Canal+ e commentatore del programma “L’Émission Impossible’ di Radio IFM era stato arrestato a maggio con l’avvocata e giornalista Sonia Dahmani e con Bsaies. L’accusa comune era “diffusione di notizie false” e “dichiarazioni false con l’intento di diffamare altri”, ai sensi del famigerato Decreto legge 54. Zeghidi aveva a sua volta espresso solidarietà a un collega incarcerato, Mohamed Boughalleb, commentatore politico dell’emittente radiofonica privata Cap FM. Aveva inoltre commentato gli sviluppi politici e sociali del paese. Il giornalista avrebbe dovuto essere rilasciato a gennaio 2025, se non fosse stato per la nuova accusa di riciclaggio di denaro ed evasione fiscale che lo ha lasciato dietro alle sbarre, nel carcere di Mornaguia. Il 28 aprile la Corte d’appello ha accettato la richiesta della difesa di rinviare il giudizio di merito. Il 12 maggio ci sarà la prossima udienza.

Pressione sui media indipendenti - Ma la repressione non si arresta ai singoli giornalisti. L’11 maggio, infatti, il Tribunale di primo grado di Tunisi esaminerà la richiesta di scioglimento dell’associazione Al Khatt, organizzazione che gestisce il media indipendente Inkyfada, specializzata in inchiesta e reportage. L’ONG internazionale Reporter senza Frontiere (RSF) riporta che l’associazione è dal 2023 sotto pressione, tra temporanei congelamenti di fondi e sospensioni. “Le misure contro Al Khatt stanno concretamente influenzando il lavoro dei giornalisti di Inkyfada”, ha detto Malek Khadhraoui, direttore editoriale e membro del consiglio di amministrazione di RSF. Una dinamica che aveva colpito già il media indipendente Nawaat nell’ottobre 2025 e che l’aveva portato a interrompere i suoi lavori per 30 giorni nell’ambito di un’indagine amministrativa e finanziaria durata un anno. Secondo l’indice di RSF sulla libertà di stampa nel mondo, pubblicato la settimana scorsa, la Tunisia si classifica al 137esimo posto su 180 paesi. Nel 2025, occupava il 129esimo posto.

Sospensione della Lega tunisina per i diritti umani - Come riporta Inkyfada in un recente articolo, la sospensione dovrebbe seguire un iter procedurale preciso. Tuttavia, le associazioni e organizzazioni che vengono raggiunte dalla decisione, non ricevono un preavviso o vengono sospese nonostante la regolarizzazione della propria situazione. “Questo rende la sospensione più simile a una punizione predeterminata, attuata prima del completamento delle presunte procedure legali”. È quanto avvenuto il 24 aprile anche alla Lega tunisina per i diritti umani (LTDH), tra le più antiche organizzazioni arabe e africane per i diritti umani, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2015. Sospesa per un mese, la LTDH ha ricevuto l’ordinanza emessa dal presidente del Tribunale di primo grado di Tunisi per non aver rispettato la scadenza per lo svolgimento della sua assemblea generale ordinaria.

L’associazione ha denunciato in una dichiarazione pubblica che la sospensione delle sue attività è “una misura arbitraria e grave, che costituisce una flagrante violazione della libertà di associazione e del lavoro delle associazioni”. Secondo la Lega, la sospensione viola il Decreto legge 88, adottato dopo la cosiddetta “Rivoluzione dei Gelsomini” del 2011 per tutelare le associazioni, ma che ora viene utilizzato per reprimerle. Le sospensioni di media indipendenti e associazioni, così come la repressione dei singoli giornalisti, s’inseriscono nel più ampio contesto politico e sociale che la Tunisia sta vivendo: un arretramento progressivo delle libertà che ha preso avvio nel luglio 2021, con il colpo di mano del presidente Kaïs Saïed. E che non accenna a fermarsi.