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di Domenico Quirico

La Stampa, 14 luglio 2023

Il presidente si è fatto rais con tecnica populista, nel Paese imperversano violenza e povertà. In questo imbrogliato scorcio della vita italiana ed europea, per le peggioranti contingenze mediterranee, da Roma si indicano alle urgenti premure finanziarie dell’Unione e del Fondo monetario le sorti traballanti della Tunisia. Paese grondante di scontento ma soprattutto di debiti; dovuti, ma questo è lasciato ai delicati e allusivi segni del linguaggio diplomatico del dire senza dire, a corrotte e asinine politiche di coloro che l’hanno sfasciata in questi ultimi non indimenticabili anni. Si ritorna, insomma, al momento in cui una sommossa piena di buona volontà ma non di progetti chiari rovesciò il tirannello locale. Erano le Primavere arabe ma ormai son quasi preistoria.

Uno di questi politicanti ha nome Kais Saied: il presidente che con improntitudine neppur troppo omeopatica ha allargato i suoi poteri fino a farsi rais e uomo della Provvidenza. Tecnica populistica che bisognerà analizzare per delineare nuove tecniche di colpo di stato silenzioso. Pizzichiamo con lui una corda per noi sensibilissima: i migranti. Con questo Sayed scambiamo infatti esplicite effusioni e nuvole di incenso non solo italiane ma anche europee. Perché salvare la Tunisia significa, a non voler essere ipocriti, salvar lui. Come mai ci intenerisce tanto? Gli si vuole affidare il ruolo di setaccio dei migranti, “i subsahariani” come si dice nel gergo internazionale della cosiddetta “politica della migrazione’’. I milioni che si intende fornirgli serviranno a fermare “l’invasione’’ e a restare al palazzo di Cartagine evitando che la bancarotta inneschi una seconda rivoluzione. Le rivolte del pane da queste parti, si sa, finiscono con fughe precipitose in Arabia saudita. Per questa funzione di inesorabile setaccio gli occhi delle delegazioni dall’altra sponda si illuminano di gratitudine quando il disinvolto ex giurista riceve e fa promesse con liturgica solennità. Lui ci aggiunge la furberia del bottegaio abituato a far sospirare la merce per alzare il prezzo.

Ma da Sfax, nuovo molo della disperazione, arrivano adesso alcuni filmati, che si aggiungono alle denunce di migranti abbandonati nel deserto e di “ratonnade’’ di migranti. Le nuove immagini mostrano in azione poliziotti evidentemente maneschi e ma anche tipacci, uomini di mano maneggiatori di bastoni e pugnali, cui non ripugna il sangue: teppaglia che tutti i regimi reclutano per lavori sudici. Poiché alle immagini si deve sempre aggiungere una didascalia, allora la parola perfetta per la sintesi di tutto ciò è pogrom: l’antico sistema inventato dagli sbirri autocratici per distrarre l’attenzione e trovare il bersaglio su cui scatenare la cieca rabbia popolare.

Maneschi sfuggiti mano? Frange isolate? Non si direbbe. Visto che è stato proprio lui, il presidentissimo, ad indicare il 21 febbraio scorso con linguaggio esplicito e niente affatto cabalistico, nei migranti dall’Africa nera lo strumento di una “sostituzione etnica” capace di turbare la purezza della sua Tunisia. Saied ruba gli argomenti agli xenofobi che lo corteggiano, si allinea con un implacabile apartheid africano. “Respinge’’: come gli chiediamo noi a gran voce. Risolve con metodi un po’ spicci la seccatura dei “flussi primari’’, lasciandoci la più facile incombenza di ripulire gli angolini residui di quelli “secondari’’. Con lui, invece di dar una mano alla Tunisia democratica che lo vuole licenziare, non saremo certo taccagni.