di Giuseppe Acconcia
Nigrizia, 21 agosto 2026
Detenuto dall’inizio di marzo, Wael Naouar ha iniziato uno sciopero della fame. Chiede la liberazione sua e di altri tre attivisti pro-Pal. Non solo dissidenti, avvocati, giornalisti e oppositori. Anche il movimento per la Palestina paga il conto della repressione in corso nel paese nordafricano. Non si ferma la repressione dei movimenti in Tunisia. E a farne le spese è anche la grande mobilitazione internazionale per la Palestina. L’ultimo a pagare è l’attivista tunisino Wael Naouar del Comitato direttivo della Global Sumud Flotilla che ha l’obiettivo di denunciare il genodicio a Gaza e di rompere l’assedio della Striscia con la consegna di aiuti umanitari. Wael ha iniziato lo sciopero della fame in carcere lo scorso 16 agosto a Mornaguia, nella periferia di Tunisi, dove è detenuto, per chiedere di essere liberato insieme agli altri militanti della Flotilla ancora in custodia cautelare.
La reazione degli attivisti - “La decisione di Naouar di mettere a rischio la propria vita esprime la continuità di una vita dedicata alla giustizia”, si legge in un comunicato della Flotilla che chiede il rilascio anche di altri tre organizzatori detenuti: Ghassen Henchiri, Ghassen Boughdiri e Nabil Channoufi. Wael Naouar ha una lunga storia di partecipazione nei movimenti tunisini, ha guidato il movimento studentesco tunisino e ha fatto politica all’interno del partito dei Lavoratori. L’attivista aveva denunciato di aver subìto minacce dirette di funzionari israeliani già prima della partenza della prima Flotilla per consegnare aiuti umanitari a Gaza, lo scorso anno.
Da sei mesi in prigione - Naouar è in carcere dall’inizio di marzo nell’ambito di un’inchiesta del Polo giudiziario economico e finanziario di Tunisi sui finanziamenti raccolti dal comitato tunisino della Flotilla. A partire dal 6 marzo la Procura aveva disposto l’apertura di un’indagine su presunti “flussi finanziari sospetti”, ricevuti dal comitato di gestione dell’iniziativa. Il 16 marzo il giudice istruttore aveva poi emesso sette mandati di arresto nei confronti di altrettanti componenti del comitato, inclusa la moglie di Naouar, nell’ambito di indagini per accuse di falsificazione, truffa e riciclaggio di denaro.
Accuse “inventate” - Secondo gli attivisti tunisini della Flotilla, l’arresto di Naouar è avvenuto in concomitanza con la decisione delle autorità locali di bloccare la prevista partenza della Flotilla dal porto di Sidi Bou Said. Si tratterebbe quindi di accuse “inventate e politicamente motivate, nel tentativo di criminalizzare l’azione umanitaria e la solidarietà organizzata con la Palestina in Tunisia”, sostengono gli attivisti della Flotilla. Non solo. Dopo il rilascio di altri tre organizzatori, chi resta in carcere vive in condizioni “restrittive, di sovraffollamento e degrado, con ritardi nell’accesso alle cure mediche essenziali”, prosegue il comunicato.
I ritardi del caso Naouar - “Qualsiasi normalizzazione è un tradimento. Non possiamo accettare che gli attivisti della Flotilla siano in prigione e soggetti ad abusi”, ha denunciato Rachid Othmani del comitato di coordinamento della Flotilla in una conferenza stampa al Sindacato dei giornalisti a Tunisi. “Non ci aspettavamo che la campagna di molestie e detenzione andasse avanti così a lungo”, ha ammesso Othmani. Sono almeno 15 giorni che Naouar attende invano di essere ascoltato dai giudici con l’auspicio che venga presa una decisione sulla detenzione preventiva dell’attivista che potrebbe essere estesa oppure portata a termine con un rilascio.
Gli ultimi episodi di repressione della Flotilla - Non è la prima volta che gli attivisti della Flotilla subiscono repressione e lunghe detenzioni. Oltre agli arresti e alle vessazioni subìte dagli attivisti deportati in Israele, come nei casi di Saif Abu Keshek e Thiago Avila, non è da meno la repressione che i sostenitori dell’iniziativa hanno dovuto fronteggiare in Nordafrica. In Egitto, centinaia di attivisti internazionali del movimento per la Palestina sono stati fermati, arrestati e deportati dopo aver partecipato alla marcia verso Gaza nel 2025. Lo scorso giugno, dieci attivisti sono rimasti in carcere per un mese in Cirenaica, in Libia, dopo aver partecipato alle mobilitazioni della Flotilla, inclusi gli italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia. Nonostante ciò la Flotilla ha annunciato la partenza di una nuova missione per il 20 agosto verso l’isola di Sazan, in Albania, a sostegno della cosiddetta Flamingo Revolution e contro “l’espansione neocoloniale” prodotta dagli investimenti del genero di Trump, Jared Kushner.
L’ondata di arresti in Tunisia - Lo scorso 25 luglio, migliaia di tunisini si sono mobilitati a Tunisi, ma anche a Monastir, Sousse e altre città contro i continui black-out e le riforme energetiche approvate nel paese e gli alti tassi di disoccupazione giovanile. Gli oppositori, a cinque anni dalla svolta autoritaria voluta da Kaes Saied e a un anno dalle mobilitazioni contro l’inquinamento a Gabès, hanno chiesto le dimissioni del presidente e il rilascio dei detenuti politici. Restano in carcere in Tunisia il leader del movimento islamista Ennahda, Rachid Gannouchi, e i principali avvocati e attivisti di opposizione, come Ahmed Nejib Chebbi, Ahmed Souab. Sotto processo in cinque casi per le sue dichiarazioni pubbliche l’avvocata e giornalista sessantenne Sonia Dahmani, a maggio condannata a 2 anni di detenzione. Mentre l’attivista per i diritti umani Sihem Bensedrine, 75 anni, è stata condannata a 25 anni. Anche il movimento per la Palestina paga il conto della repressione in corso in Tunisia, come dimostra la prolungata detenzione dell’attivista della Flotilla, Wael Naouar, da sei mesi in carcere con accuse vaghe e ora in sciopero della fame. Eppure è l’intera società civile tunisina a pagare il prezzo della repressione politica voluta da Saied e che non accenna a fermarsi, mentre i principali difensori dei diritti umani e oppositori politici continuano detenzioni illegali che mettono a rischio la loro incolumità.
In questo contesto crescono le proteste antigovernative e il malcontento giovanile per le promesse di democrazia mai realizzate dopo le proteste del 2010 e 2011 che in Tunisia sembravano inizialmente aver aperto una fase di transizione, bruscamente interrotta dal presidente tunisino, con il disco verde europeo con il solo obiettivo, poco lungimirante, di fermare i flussi migratori sostenendo autocrati in Nordafrica.









