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di Leonardo Martinelli

La Repubblica, 25 settembre 2022

La legge punisce con pene fino a tre anni di carcere le coppie colte “in flagranza di reato”. Ma, nonostante la svolta autoritaria di Saied, l’iniziativa che richiama artisti da tutto il mondo non si ferma. “Veniamo dalla sofferenza, ma esistiamo”, dice una delle organizzatrici.

La facciata art déco, ormai sporca e decadente, fu concepita negli anni Venti del secolo scorso da Francesco Marcenaro, architetto italiano che nella Tunisi di allora andava per la maggiore. Le Rio era il cinema-teatro della buona società. In queste sere nessuna locandina in mostra, lì, su una stradina del centro: meglio essere prudenti. Ma l’animazione è a mille, con una folla di giovani (soprattutto giovanissimi), che straborda fuori: blocca il traffico e invade i bar tradizionali del circondario, dove nessuno si scompone. Tutti sanno che è il festival del cinema queer, con artisti Lgbtq che vengono da tutto il mondo.

Subito dietro s’intravede un edificio mastodontico, minaccioso nel buio: è il Ministero degli Interni. Da quell’istituzione dipende la polizia, che in Tunisia deve far applicare la legge. E questa (l’articolo 230 del Codice penale) condanna penalmente l’omosessualità: la rende passibile di tre anni di carcere per le persone prese in “flagranza di reato”. Stasera Weema Askri, una delle organizzatrici del festival, comunque, non ha paura: ne è sicura, i poliziotti non verranno. “L’articolo 230 è come una spada di Damocle - ricorda. Ma noi esistiamo. Veniamo dalla sofferenza, ma esistiamo”. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2019 si sono tenuti 120 processi per omosessualità. E la legge prevede addirittura un “test anale” per i maschi. Ma, d’altra parte, la repressione non è generalizzata. Un festival come questo è possibile e Mawjoudin-We exist, l’associazione che l’organizza e che difende i diritti Lgbtq, è riconosciuta dallo Stato tunisino.

Weema è positiva: “Fra una decina d’anni, la Tunisia sarà come la Francia e l’Italia. Potremo sposarci”. Anche Ahmed Tayaa, 26 anni, è ottimista: “La rivoluzione del 2011 e l’arrivo della democrazia hanno portato la libertà d’espressione - sottolinea - e su quella non ritorneremo mai indietro”. Neanche l’attuale presidente, Kais Saied, un conservatore islamico, che si è detto contrario alla depenalizzazione dell’omosessualità e che in luglio ha fatto approvare una nuova Costituzione iperpresidenzialista, giudicata da tanti una svolta autoritaria, fa paura ad Ahmed: “Per una decina di anni abbiamo avuto Ennahda, il partito degli islamisti, al potere: era anche peggio. Ci siamo abituati alla libertà: non ce la toglieranno”.

Lui è attore e ballerino. Al festival presenta un film, dal titolo, in francese, “Peau épaisse”, della regista Inès Arsi, sulla sua storia personale. Quella di un bambino dal padre violento, che alla fine parte da casa, dove lo lascia con la mamma e una sorella down, Nourhen. “Ci ho messo tanto tempo per accettarmi come sono - spiega -. Ma alla fine ce l’ho fatta”. Sui social è una sorta di mito per tanti giovani arabi. Vive in un quartiere popolare “e oggi non esco da casa vestito proprio come vorrei, con le creazioni più pazze e originali che mi piacciono, ma non indosso neppure più i vestiti che non voglio e che prima mettevo per compiacere la mia famiglia o i vicini: è già un passo in avanti”. Il tutto in un contesto islamico internazionale che, da questo punto di vista, sta in molti Paesi regredendo. Tra i registi dei 32 film in concorso (anche tre italiani) e gli artisti che partecipano al Mawjoudin Queer Film festival, la sensazione netta è che una manifestazione del genere nel mondo arabo sia possibile solo a Tunisi, ormai neppure più a Beirut.

“Ma non ci rassicura per niente”, osserva Essia Jaibi, giovane regista teatrale. Sua è la pièce “Flagranti”, rappresentata in pieno centro a Tunisi tra maggio e giugno e che ritornerà in scena a inizio ottobre. È la storia di un gruppo di amici alle prese con la polizia e l’applicazione del famoso articolo 230. “All’inizio avevamo spettatori della comunità Lgbtq - racconta - poi sono venute tante donne velate e normali famiglie”.

Hanno visto uomini baciarsi durante l’opera, scene esplicite e la spiegazione materiale di cosa sia il test anale. Nessuno si è scomposto. “Se certe ingiustizie le spieghi - continua Essia -, la gente le capisce anche”. Lei, comunque, non vuole parlare di “tolleranza” in Tunisia, “dove esistono tanti mondi diversi, secondo il livello sociale e le abitudini e dove la diversità è accettata di volta in volta in modo distinto. Anzi, queste differenze, con la grave crisi economica, che stiamo vivendo, si aggravano”. Essia, in ogni caso, guarda “al meglio. Che siamo l’unico Paese arabo dove certe cose siano possibili, non me ne importa niente. L’articolo 230 è un’eredità del passato coloniale: furono i francesi a imporlo. E oggi in Francia gli omosessuali si possono sposare. Noi è quello che vogliamo”.