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di Giuseppe Gagliano

notiziegeopolitiche.net, 21 aprile 2025

Dietro le lusinghe della stabilità e le promesse della cooperazione sul fronte migratorio, la Tunisia del presidente Kais Saied si sta trasformando in uno dei teatri più oscuri della repressione politica e sociale nel Mediterraneo. A dispetto della retorica della sicurezza e dello sviluppo, Tunisi segue un copione che richiama sinistramente quello del vicino Egitto, dove la parabola autoritaria di Abdel Fattah al-Sisi ha ormai cancellato ogni traccia del risveglio democratico nato dalle Primavere arabe. L’obiettivo, in entrambi i casi, è lo stesso: neutralizzare l’opposizione interna, controllare ogni spazio di dissenso, mantenere il potere con la forza e con il silenzio.

Il 4 marzo 2025 si è aperto a Tunisi un processo che difficilmente potrà essere definito equo da qualsiasi osservatore indipendente. Quaranta oppositori politici, tra cui avvocati, imprenditori, giornalisti, militanti per i diritti umani e figure di spicco come Rached Ghannouchi, leader storico del partito Ennahda, e Abir Moussi del Partito Desturiano Libero, sono stati accusati di “cospirazione contro lo Stato”. Il 19 aprile, le condanne sono state emesse: pene durissime, in alcuni casi fino alla possibilità della pena capitale. Tra i capi d’accusa, anche presunti contatti con l’ex ambasciatore italiano Francesco Saggio, oggi consigliere del “Piano Mattei” promosso da Roma.

Non è solo una questione giuridica, ma l’esempio perfetto di come si costruisce un sistema repressivo con parvenze legali. La stessa strategia fu adottata da al-Sisi in Egitto con le ondate di arresti tra il 2013 e il 2016, che decapitarono l’opposizione dei Fratelli Musulmani e delle forze laiche. Un modello già rodato, che Tunisi riprende con precisione chirurgica.

Tra settembre 2024 e gennaio 2025 almeno 84 persone, prevalentemente omosessuali e donne trans, sono state arrestate in diverse città tunisine con l’accusa di atti contrari alla morale pubblica. Le tecniche impiegate dalle forze dell’ordine ricordano i metodi più vili della polizia egiziana: agenti infiltrati nelle app di incontri, ricatti, esami anali forzati (una pratica condannata dall’ONU come tortura), uso illecito di informazioni personali estratte da smartphone.

Non è solo una persecuzione morale: è un messaggio lanciato alla società intera. Nessun comportamento non conforme sarà tollerato. Nessuna voce fuori dal coro sarà accettata. Anche in questo, l’eco del Cairo è assordante. La Tunisia, che un tempo vantava aperture relative sui diritti civili, si riallinea oggi alle politiche più retrive del mondo arabo.

L’arresto dell’avvocata e influencer Sonia Dahmani l’11 maggio 2024, per dichiarazioni critiche verso il governo, è un altro segnale inequivocabile. Accusata di “diffusione di notizie false”, rischia cinque anni di carcere. Le accuse, vaghe e politicamente motivate, rientrano nella logica di criminalizzazione della parola libera. Altri giornalisti e content creator sono stati condannati con imputazioni come “indecenza pubblica” e “offesa alla morale”, spesso con pene detentive.

È la stessa strategia adottata in Egitto con giornalisti del calibro di Mahmoud Hussein (Al Jazeera), incarcerato senza processo per quattro anni. È la normalizzazione dell’eccezione, l’uso della legge come strumento di intimidazione, non di giustizia.

Il maggio 2024 ha segnato un ulteriore punto di svolta. Circa 400 migranti - tra cui rifugiati sudanesi - sono stati arrestati e deportati nei deserti di frontiera con Algeria e Libia, senza cibo né acqua. Una violazione flagrante del diritto internazionale, giustificata con la retorica della “sicurezza nazionale”. La realtà? È il prodotto di un meccanismo perverso, in cui l’UE, con il Memorandum del 2023, ha esternalizzato il controllo delle frontiere a regimi autoritari, in cambio della pace migratoria.

In cambio dei fondi europei Saied, come al-Sisi, si erge a “guardiano del confine sud” dell’Europa. La repressione interna diventa così un dettaglio trascurabile, se in cambio si ottiene il contenimento dei flussi migratori.

L’affondo autoritario è figlio anche di una crisi economica senza precedenti. Con un’inflazione galoppante, disoccupazione diffusa e un debito pubblico fuori controllo, Saied ha stretto ancora di più il pugno del potere: Costituzione iper-presidenzialista nel 2022, scioglimento del Parlamento, controllo diretto sul sistema giudiziario. Le elezioni presidenziali del 2024, vinte con l’89% dei voti ma con un’affluenza del 28,8%, sono state definite “farsa” da Amnesty International e da diverse ONG.

L’Egitto insegna: in tempi di crisi, l’autoritarismo si nutre della paura e della propaganda. Saied, come al-Sisi, costruisce la propria legittimità su una narrazione di ordine, moralità e patriottismo, mentre silenzia ogni forma di dissenso.

Di fronte a tutto questo, l’Occidente tace o, peggio, applaude. La Tunisia è oggi un partner strategico per l’UE in materia di migrazioni e sicurezza. La visita di alti funzionari europei e italiani, tra cui esponenti legati al “Piano Mattei”, viene sbandierata come segno di cooperazione, mentre si chiudono gli occhi su arresti arbitrari, torture e persecuzioni.

Il rischio è quello di ripetere lo stesso errore fatto con l’Egitto: sostenere un regime autoritario in nome della stabilità e poi ritrovarsi con un Paese sull’orlo dell’esplosione, con una società civile azzerata e una generazione senza speranza. Quando la repressione esploderà, come sempre accade, ci si stupirà. Ma l’Occidente, ancora una volta, non potrà dire di non sapere.

Il parallelo tra Tunisia ed Egitto non è solo retorico, ma strutturale. Entrambi hanno attraversato il sogno delle Primavere arabe, entrambi hanno scelto, o subito, il ritorno a un autoritarismo di Stato, entrambi sono oggi coccolati da un’Europa miope, disposta a sacrificare i diritti umani sull’altare della sicurezza.

Eppure la storia insegna che la repressione non è mai definitiva. Le carceri possono zittire, ma non cancellare. E prima o poi, sotto la superficie della paura, riaffiorano le domande, la rabbia, il coraggio. E sarà allora che, come già accaduto, i volti ora silenziati torneranno a parlare. E l’Occidente sarà chiamato, di nuovo, a scegliere da che parte stare.