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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 31 ottobre 2025

Dalla primavera tunisina al lungo inverno dei diritti. Il sogno della Primavera tunisina è annegato in un lungo inverno delle libertà. La nazione che nel 2011 aveva incendiato il mondo arabo, regalando la prima rivoluzione democratica del secolo e in parte riuscendoci, si ritrova oggi immersa in un incubo autoritario. Dalla caduta di Ben Ali, la Tunisia aveva creduto di poter costruire uno Stato fondato sul diritto e la giustizia sociale. Da quasi cinque anni vive nella morsa di un presidente autoritario e feroce.

Kaïs Saïed, il professore di diritto costituzionale, il vecchio conservatore che prometteva moralità e rigore, ha trasformato quella promessa in potere assoluto. Dal 25 luglio 2021, data del suo colpo di forza, governa senza contrappesi, concentrando nelle proprie mani l’esecutivo, il legislativo e la magistratura, rieletto con il comico score del 90% con oltre il 75% di astensione. I partiti sono svuotati, i media ridotti al silenzio, i giudici intimiditi, gli avvocati perseguitati.

In questo scenario, la chiusura delle ultime due grandi organizzazioni della società civile - l’Associazione tunisina delle donne democratiche (ATFD) e il Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) - segna un punto di non ritorno. Le autorità hanno ordinato la sospensione delle attività per trenta giorni, accusandole di “infrazioni amministrative” e di “finanziamenti stranieri sospetti”.

Accusare le ONG di essere “agenti stranieri” è diventato un modello globale di repressione, un tratto distintivo della nostra epoca illiberale. Dalla Turchia di Erdogan e le sue purghe dopo il tentato golpe del 2016, all’ Ungheria di Viktor Orbán che ha costruito un intero impianto legislativo per ridurre al silenzio le ong finanziate dalla rete di George Soros, trasfor-mandole in nemici interni; dalla Russia, dove la legge contro le influenze straniere è divenuta il pretesto per liquidare ogni forma di dissenso; persino negli Stati Uniti di Donald Trump, le associazioni e i media indipendenti sono stati tacciati di servire “interessi antiamericani” o di minare la sovranità nazionale.

Anche Saïed ha fatto di questa strategia un metodo di governo. Le organizzazioni accusate di ricevere fondi stranieri sono proprio quelle che, da anni, garantiscono tutela delle minoranze, lotta alla corruzione e libertà di espressione. “È il grado zero del diritto”, ha scritto Sana Ben Achour, giurista e storica militante femminista.

Secondo i media locali, le autorità hanno disposto il congelamento dei conti di 36 ONG e la dissoluzione di 47 associazioni. È un vero e proprio smantellamento del pluralismo associativo, una cancellazione metodica del tessuto sociale che aveva reso la Tunisia un’eccezione nel mondo arabo post- rivoluzionario, portando il principale partito islamista Ennada ad accettare la laicità dello Stato e approvando nel 2014 una costituzione tra le più avanzate poi cancellata da Saied nel 2022.

Tra i più colpiti dalla repressione, naturalmente, i difensori dei diritti. Nel maggio 2024 la Casa dell’Avvocato di Tunisi, luogo simbolico della democrazia tunisina, è stata oggetto di un blitz delle forze di sicurezza. L’irruzione, condotta senza preavviso, ha avuto un valore altamente simbolico: nessun luogo è più sacro e inviolabile. Nel corso di quel blitz l’avvocata e commentatrice Sonia Dahmani, nota per il suo coraggio nel criticare il regime, è stata arrestata in diretta televisiva, davanti alle telecamere e agli sguardi attoniti dei colleghi. La sua colpa: aver ironizzato, durante un talk show, sulla propaganda di Stato che descrive la Tunisia come una terra assediata da cospiratori e agenti stranieri. Le sue parole, pronunciate con sarcasmo, sono bastate per scatenare un’ondata di odio e per giustificare un’accusa di “diffusione di notizie false”. Lo scorso luglio è stata condannata da un tribunale di Tunisi a due anni di prigione che si sommano all’anno e mezzo di un precedente condanna sempre per lo stesso capo di imputazione.

Da parte sua il sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (SNJT) denuncia i “tentativi continui di sottomettere e addomesticare i media”. I metodi di pressione sono molteplici e calibrati. Le autorità negano il rilascio delle carte professionali indispensabili per esercitare il mestiere, bloccano le autorizzazioni ai corrispondenti stranieri, impediscono l’accesso dei cronisti ai tribunali, in particolare ai processi “d’opinione” contro oppositori e militanti. È un sistema di censura invisibile ma efficace: nessun giornalista è esplicitamente bandito, ma molti vengono esclusi, schedati, intimiditi o lasciati senza lavoro. La censura assume anche forme più sottili: l’autocensura. Dopo anni di intimidazioni e processi, molti giornalisti scelgono di tacere per sopravvivere. Alcuni lasciano il Paese; altri si ritirano nel silenzio. Chi resta rischia la carriera, la libertà o peggio. Nel 2024 e nel 2025, decine di cronisti e operatori dei media sono stati arrestati o convocati dalla polizia.