di Nathalie Tocci
La Stampa, 28 luglio 2021
Crisi di crescita democratica o recrudescenza autoritaria in Tunisia? Il presidente Kais Saied rimuove il primo ministro Hichem Mechichi, sospende i lavori del Parlamento e revoca l'immunità dei deputati, appellandosi all'articolo 80 della Costituzione che prevede "misure eccezionali" in caso di "pericolo imminente". Rachid Gannouchi, presidente del Parlamento e leader del partito islamista Ennahda grida al golpe, evocando implicitamente il colpo di Stato egiziano del 2013, che chiuse drammaticamente l'esperimento di governo islamista facendo precipitare il Paese in un nuovo e lungo inverno. Non solo Saied avrebbe interpretato in modo eccessivamente espansivo la Carta, ma soprattutto spetterebbe alla Corte costituzionale farlo. Peccato che la Corte esiste solo sulla carta, in stallo dal 2014 sulla nomina del suo presidente. Alimentando l'apparente contraddizione, le piazze, violando il coprifuoco, festeggiano. Anche l'Unione generale tunisina dei lavoratori non prende posizione netta contro il presidente.
Cosa accade in Tunisia? Quel che è certo è che il vaso, colmo di scontri, fragilità, paralisi e malgoverno, è traboccato. La crisi istituzionale tra presidenza e Parlamento - il cui capo, eletto a grande maggioranza, non trovava canali per incidere sull'esecutivo - cercava una via d'uscita da mesi. La paralisi istituzionale si è evoluta di pari passo con la crisi economica, aggravata negli ultimi 18 mesi dalla pandemia. È da tempo che la Tunisia, unico baluardo rimasto dell'oramai defunta Primavera araba, inizia a perdere la speranza. Non a caso è già dal 2018 che il flusso di migranti tunisini, organizzati per lo più spontaneamente e non attraverso reti criminali come in Libia, è in costante aumento. Nel 2017 rappresentavano il 5% degli sbarchi in Italia; nel 2020 il 38%. Tanto più si oscura il cielo sul Paese quanto più i suoi giovani cercano una via di fuga.
La diffusione spaventosa della pandemia negli ultimi mesi in Tunisia e la gestione catastrofica del governo Mechichi hanno paradossalmente generato la proverbiale opportunità per sbloccare una crisi strutturale. Un solo dato per rendere l'idea: su una popolazione di appena 12 milioni, 4,5 sono stati ufficialmente i contagiati nell'ultimo anno e mezzo. In un Paese in cui scarseggiano i dispositivi protettivi, ventilatori, personale medico, posti in terapia intensiva, per non parlare di vaccini, lo stallo politico e istituzionale palesemente non poteva andare avanti.
Ma il dado sul futuro del Paese non è tratto. Il presidente Saied potrebbe usare la crisi per riaffermare la figura dell'uomo forte al potere. Sarebbe ingenuo escludere che la Tunisia smetta di essere quell'eccezione democratica che conferma la regola dell'autoritarismo in Nord Africa e Medio Oriente. Il Paese è già terra di rivalità regionale nell'ormai familiare scontro all'interno del mondo sunnita, tra Arabia Saudita e Emirati da un lato, e Turchia e Qatar dall'altro. Ma è altrettanto sbagliato dare per scontato che questo accada. Non solo perché è riduttivo leggere lo scontro politico e istituzionale tunisino come un conflitto tra laici e islamisti, ma anche e soprattutto perché la paralisi politica e istituzionale andava smossa, e gli eventi a cui stiamo assistendo potrebbero rappresentare una tumultuosa crisi di crescita di una fragile democrazia.
La direzione che prenderà la Tunisia dipenderà non solo, ma anche da noi. Il vaso è traboccato nel Paese per via di una profonda crisi interna, acuita da tensioni regionali. Ma parte della responsabilità è nostra. L'Europa, che a voce reclama l'importanza della Tunisia come unica democrazia in Nord Africa, è stata in questo anno e mezzo di pandemia drammaticamente assente, lenta e poco reattiva. Ha lasciato che il Paese sprofondasse in una crisi profonda che non poteva prima o poi che cercare uno sbocco. E si è occupata di Tunisia quasi esclusivamente in chiave migratoria. Soffermandoci su un sintomo e ciechi rispetto alle cause, la nostra passività è involontariamente diventata parte del problema. Oggi guardiamo la Tunisia e la lente è rimasta la stessa. Finché non la cambiamo e ci occupiamo del Paese in quanto tale e non del nostro terrore dei suoi migranti, quelle migrazioni continueranno a essere una profezia annunciata.











