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di Arianna Poletti

La Repubblica, 18 aprile 2022

“Non compriamo più le verdure, la carne, il pesce. Possiamo rinunciare a tutto, ma non al pane. Senza il pane, siamo un paese finito”, racconta Marwa, una professoressa di arabo di 33 anni. Undici anni fa, anche lei è scesa in piazza per chiedere la caduta del regime di Ben Ali. Oggi non ha cambiato idea, ma rivendicare la democrazia non è più la sua priorità: “Non importa se c’è o non c’è un Parlamento. Oggi l’importante è che il presidente risolva la crisi alimentare che sta vivendo il paese. Non vogliamo trasformarci nel prossimo Libano”.

Anche qui, la tv mostra le immagini delle città ucraine distrutte dalla guerra. Gli effetti della guerra si fanno sentire anche in Tunisia e ogni mattina le code di fronte alle panetterie si allungano sempre di più. Nel paese maghrebino, dove nel 2011 si scendeva in piazza impugnando simbolicamente una baguette per chiedere più giustizia sociale, oggi il grano è diventato un bene di lusso. C’è sempre meno pane. Il paese produce circa metà del proprio fabbisogno di cereali. Il restante proviene proprio dall’Ucraina (48,5%) e dalla Russia (4%). “Abbiamo scorte di grano duro fino a fine maggio 2022, di grano tenero fino a giugno 2022”, ha dichiarato in un comunicato il Ministero dell’Agricoltura. Poi, la Tunisia dovrà aggiungersi alla lunga lista dei paesi di Medio Oriente e Nord Africa alla ricerca di nuovi fornitori sul mercato internazionale.

Intanto, però, i prezzi aumentano e il timore di nuovi movimenti sociali è dietro l’angolo. La Tunisia ha già vissuto le sue “rivolte del pane”. Nel dicembre del 1983, dopo l’annuncio del governo di meno sovvenzioni su beni di prima necessità come farina e semola e l’aumento dei prezzi, il paese si è riversato in piazza. Secondo gli analisti internazionali, è quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi se il prezzo di mercato del grano rimane quello attuale: circa 400 euro a tonnellata. Un costo che un paese in piena crisi economico-finanziaria non può sostenere.

Lo Stato sta faticando a pagare lo stipendio ai dipendenti pubblici. Per chiudere il bilancio del 2022, il governo è tornato a negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, che in cambio di nuovi aiuti chiede riforme impopolari: il taglio delle sovvenzioni statali su beni di prima necessità come farina e semola. A Sidi Bouzid, la città dove ha avuto inizio la rivoluzione del 2011, si sono già verificate le prime tensioni durante lo scarico della farina a mercati e supermercati.

“Oggi il pane è rimasto uno dei pochi beni a basso presso, fondamentale per le fasce più vulnerabili della popolazione”, spiega Layla Riahi dell’Osservatorio Tunisino dell’Economia. “Per l’impennata dell’inflazione, la popolazione tunisina ha perso il suo potere d’acquisto”. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, l’indice del prezzo al consumo è aumentato del 78% tra il 2011 e il 2021. “Prima la mia famiglia sopravviveva con un solo stipendio, quello di mio padre. Oggi lo stipendio di tre figli non riesce a garantire una vita degna ai miei genitori”, spiega Marwa, originaria di Hay Hlel, quartiere popolare della periferia di Tunisi. Ogni mattina, anche Marwa si mette in coda di fronte alla panetteria dove si trova ancora qualche baguette di grano duro.