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di Giorgio Brizio

La Stampa, 11 maggio 2023

Da Gaziantep alla frontiera con la Siria è una distesa di macerie e campi profughi. Ankara è lontana, l’aiuto arriva dalle ong. Una crisi su altre crisi. Una guerra che va avanti da 12 anni, una siccità figlia della crisi climatica, un grande esodo, un’emergenza abitativa, una pandemia, un’epidemia di colera. Ci voleva un terremoto per completare l’apocalisse. Siamo nell’estremo sud della Turchia, al confine con la Siria. Kilis si trova a cinquanta chilometri da Gaziantep, sessanta da Aleppo - entrambe hanno quasi due milioni di abitanti e sono state violentemente scosse dal sisma. Questa cittadina è da sempre un posto di frontiera, ma negli ultimi anni ha visto crescere in maniera esponenziale la sua popolazione al punto che le persone arrivate dalla Siria hanno superato i cittadini turchi.

Molte famiglie vivono in garage, sottoscala, negozi sfitti e scantinati spesso senza luce né riscaldamento - in questo periodo dell’anno non è un gran problema, ma gli inverni qui sono estremamente rigidi: il giorno del terremoto, come se non fosse abbastanza, molte regioni della Turchia sono state investite da una bufera di neve che ha reso più difficili i soccorsi. In questo contesto di precarietà, per provare a offrire un aiuto concreto sei anni fa è nato “Smiling Family Kilis”, un progetto di una piccola onlus italiana, Una Mano Per Un Sorriso - for Children, che opera qui e in Kenya e si occupa di diritti per l’infanzia. A seconda delle necessità e dei fondi disponibili, questo programma prevede la distribuzione di medicine, voucher alimentari, pannolini, coperte e soprattutto una presenza costante sul territorio che si incarna nella figura di Majad, referente locale dell’associazione. Dalla sua finestra di casa, si vede la montagna dietro cui si trova Afrin, che a lungo ha fatto parte dell’esperienza del confederalismo democratico del Rojava e che dal 2018 è di fatto controllata dalla Turchia e da Tahrir al-Sham, costola di Al-Qaida. Se si sposta un po’lo sguardo, è facile distinguere in lontananza le tende di Bab al-Salam, un campo profughi che raccoglie decine di migliaia di persone e dove, fin quando è stato possibile, Una Mano Per Un Sorriso ha gestito una clinica pediatrica.

I siriani rappresentano il gruppo di rifugiati più numeroso al mondo e la maggioranza di coloro che hanno lasciato la propria casa è rimasto in patria. Come nel caso di altri conflitti o catastrofi climatiche, nella speranza di poter tornare il prima possibile, le persone sfollate non superano confini e se lo fanno solitamente ne oltrepassano uno: Libano, Giordania, Turchia, Egitto e Iraq sono in cima alla lista dei Paesi che ospitano più rifugiati. La Germania è l’unica nazione europea tra le prime dieci, l’Italia è molto più indietro ma non meno coinvolta: era partita dalla Turchia l’imbarcazione che non è stata soccorsa in tempo e che si è rovesciata di fronte alla spiaggia di Cutro.

Dallo scoppio della guerra, si stima che 6, 5 milioni di siriani abbiano lasciato il loro Paese. Questo esodo è stato in parte arginato dal muro di sicurezza inaugurato nel 2018 che si estende per 764 chilometri e che isola ancor di più la Turchia dal resto della comunità internazionale.

L’embargo ha fatto sì che gli aiuti siano arrivati tardi e contingentati: quasi tutti, quei pochi a cui è stato concesso, sono passati dal varco di Öncüpinar, a due passi da Kilis, e da quello di Cilvegözü, che collega Iskenderun a Idlib, dove i testimoni hanno raccontato di aver visto negli anni attacchi di missili e droni, ma di non aver mai vissuto un terrore come quello portato tre mesi fa dal terremoto di magnitudo 7,8. Ad Afrin, dove si sono registrate decine di scosse, l’accesso della sanità continua a essere complesso, anche a causa degli attacchi jihadisti e della più recente operazione militare del governo turco “Spada ad Artiglio”, lanciata con la scusa dell’attentato a Istanbul a novembre, che ha danneggiato ospedali, cliniche, altre infrastrutture.

Più che del terremoto, Kilis è divenuta epicentro di una nuova ondata migratoria: i danni non sono stati ingenti, ma le persone continuano ad avere paura. È uno dei motivi per cui Zeynab, Hanan e Arwa, tre ragazze sostenute dai progetti di Una Mano Per Un Sorriso, vorrebbero andarsene. Radwan, invece, vorrebbe diventare un medico e tornare in Siria per aiutare il suo Paese. Il 14enne Kays dice che prima del terremoto non era affatto interessato a studiare, ma che dopo di esso ha realizzato che può fare di più. Domenica c’è stata una nuova scossa di magnitudo 5: un’ora e mezzo di paralisi, poi la vita è ricominciata. Rahime con la sua famiglia ha percorso 1400 km per raggiungere l’Europa ed è riuscita ad entrare in Grecia guadando il fiume Nehri: è stata picchiata, derubata, e illegalmente riportata in Turchia. Nonostante le avversità di ogni sorta, queste famiglie non perdono la speranza e la loro accoglienza scalda il cuore più del çay, il tè.