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di Yascha Mounk*

 

La Repubblica, 13 maggio 2019

 

Quando Recep Erdogan fu eletto per la prima volta a capo del governo turco, nel 2003, promise che avrebbe rispettato le istituzioni democratiche e che avrebbe rinunciato prontamente al potere se mai avesse perso la fiducia dei cittadini. La realtà è stata molto meno rosea.

I giornali e le riviste di tutto il mondo inizialmente lo presentavano come un riformatore democratico, ma ha sistematicamente esteso i suoi poteri ed epurato gli oppositori dai vertici delle forze armate, dalla funzione pubblica e dalle istituzioni scolastiche e universitarie.

Quando i suoi ex alleati cercarono di spodestarlo attraverso un golpe, nell'estate del 2016, sfruttò l'occasione per consolidare il suo controllo del Paese: grazie allo spropositato stato d'emergenza proclamato pochi giorni dopo il fallito colpo di Stato, ha avuto la possibilità di liquidare decine di migliaia di dipendenti pubblici che considerava politicamente inaffidabili e incarcerare alcuni dei giornalisti più famosi del Paese.

L'enorme potere di cui dispone ormai il presidente turco rende ancora più incredibile il fatto che un'opposizione unita sia riuscita, il mese scorso, a riportare una sorprendente serie di vittorie nelle elezioni municipali, conquistando il governo della capitale del Paese, Ankara, e della città più importante, Istanbul. Il risultato è che Erdogan, per la prima volta dal fallito golpe di tre anni fa, ha dovuto fare una scelta difficile: riconoscere i risultati elettorali, ammettendo quindi il crescente malcontento dei cittadini verso il suo governo? O usare il suo controllo delle istituzioni turche per far annullare il voto?

Citando presunte irregolarità, la commissione elettorale ha annunciato che Istanbul terrà nuove elezioni a giugno. Questo annuncio segna un punto di svolta fondamentale nella storia politica della Turchia: ormai è impossibile, per qualunque osservatore ragionevole, continuare a negare la realtà. Un Paese dove il presidente ha il potere di annullare le elezioni quando il risultato non gli è gradito è chiaramente diventato una dittatura.

Da questo momento, chiunque insisterà a definire la Turchia una democrazia, o a trattare le sue elezioni come un barometro attendibile dell'opinione pubblica, sarà un bugiardo o un folle. Se l'annuncio spazza via ogni dubbio rimanente sullo stato attuale della democrazia turca, solleva anche grossi interrogativi sul futuro.

Nei prossimi giorni, Imamoglu dovrà decidere se boicottare il nuovo voto a giugno. Se lo farà, offrirà a Erdogan il potere che brama. Se non lo farà, accorderà legittimità a un'elezione che difficilmente potrà vincere. Se è testa, vince Erdogan. Se è croce, perde Imamoglu. Ma pure per Erdogan, anche se ha ottime probabilità di mantenere il controllo di Istanbul nel breve termine, si prospetta un futuro più difficile. Fino a questo momento, segmenti ampi della popolazione turca credevano alle parole del presidente quando questi affermava che avrebbe lasciato di buon grado il potere se il popolo gli avesse ritirato la sua fiducia.

Ora la pretesa di Erdogan di rappresentare l'autentica volontà del popolo probabilmente suonerà falsa anche alle orecchie di chi lo aveva sostenuto. La perdita di legittimazione democratica di Erdogan non significa che stia per perdere il potere. Ma è il segnale che il suo potere, da questo momento in avanti, poggerà su basi molto più precarie.

Ora che la sua pretesa di esercitare un mandato popolare è stata smascherata definitivamente, Erdogan dovrà misurarsi con un'opposizione ancora più determinata; e dovrà ricorrere a un'oppressione ancora più esplicita per rimanere al potere.

 

*Traduzione di Fabio Galimberti