di Davide Lerner
Il Domani, 13 maggio 2025
La svolta arriva nell’ambito di una trattativa le cui modalità e i cui termini sono ancora avvolti nel mistero: il congresso straordinario della formazione, tenutosi nel quartier generale nel nord dell’Iraq, ha ufficializzato l’epilogo della sua battaglia. La ricercatrice curda Berfin Cockun: “Dopo la caduta di Assad in Siria, c’è un vuoto nella regione che la Turchia deve colmare all’interno dei suoi confini”. “Il dodicesimo congresso del Pkk ha deciso di sciogliere la struttura organizzativa del Pkk... e di porre fine alla lotta armata”. Con questa dichiarazione il movimento lunedì ha annunciato il proprio scioglimento dopo circa 40 anni di conflitto con la Turchia che ha provocato un numero di vittime stimato attorno alle 40mila.
La svolta avviene nell’ambito di una trattativa con le autorità di Ankara i cui termini e modalità di applicazione rimangono avvolti nel mistero. Abdullah Öcalan, il leader della formazione armata che ha storicamente propugnato l’indipendenza o la maggiore autonomia regionale curda nel paese, aveva annunciato un cessate il fuoco unilaterale lo scorso 27 febbraio dall’isola di Imrali, dove è rinchiuso in prigione dal 1999. L’iniziativa prendeva le mosse da un appello dell’alleato nazionalista di Erdogan, Devlet Bahçeli.
Una nuova fase - “Siamo entrati in una nuova fase degli sforzi per una Turchia libera dal terrorismo”, aveva commentato il presidente turco Erdogan, osservando che “lo spazio democratico” si sarebbe “naturalmente ampliato con la scomparsa della pressione delle armi e del terrorismo”. Ora il congresso straordinario del Pkk, tenutosi nel quartier generale nel nord dell’Iraq, ha ufficializzato l’epilogo della battaglia del movimento. Considerato terrorista da Ue, Stati Uniti e Turchia, il Pkk ha tuttavia trovato sostenitori delle proprie istanze nelle frange progressiste dell’opinione pubblica internazionale e presso svariate cancellerie occidentali. Berfin Coskun, 27 anni, una ricercatrice curda del Kurdish Studies center di Diyarbakir, il capoluogo della regione curda di Turchia, racconta come gli sviluppi abbiano colto alla sprovvista i suoi coetanei nella regione.
“Ci aspettavamo l’annuncio di un processo di pace simile a quello del 2013, non un semplice appello al disarmo, questo ci ha lasciato un po’ delusi”, dice alludendo a trattative che, dieci anni fa, sfociarono in una nuova esplosione di violenza. “Per quanto riguarda la mia famiglia, avremmo voluto un gesto forte da parte della Turchia per poterci fidare della buona fede del governo di Ankara. Come la liberazione del leader politico curdo Selahattin Demirtaş, in carcere dal 2016”.
Diversi analisti hanno rilevato una spaccatura fra, da una parte, i quadri del partito turco filo-curdo Dem, principale tramite fra Erdogan e il Pkk e promotore del processo in corso. E dall’altra la generazione di curdi più giovani che sono perplessi rispetto alla mancanza di una chiara contropartita per la combattiva minoranza che reclama un maggiore riconoscimento nella regione. Malgrado chi sia cresciuto negli ultimi decenni in Turchia si sia assimilato più dei propri genitori e nonni, spesso perdendo la padronanza della lingua curda, il senso di appartenenza identitario rimane molto forte.
Da ricercatrice Coskun traccia una divisione tripartita delle reazioni della compagine curda di Turchia, che conta circa 20 milioni di persone. “Secondo i nostri sondaggi un terzo dei curdi è favorevole a un disarmo incondizionato del Pkk, un terzo è favorevole ma soltanto a fronte di un riconoscimento dei diritti linguistici, culturali e politici dei curdi, e infine un terzo pensa che la lotta armata possa ancora portare benefici”, spiega. Secondo Ceylan Akça Cupolo, 39 anni e parlamentare del Dem, il processo potrebbe portare nuove prospettive di riconoscimento per i curdi di Turchia. “Per più di 40 anni, i blocchi politici al potere in Turchia hanno usato il movimento armato come scusa per non avviare alcuna trattativa di pace o dare pari diritti alla comunità curda nel sistema legale e nella costituzione. Lanciando questo appello credo Öcalan li abbia privati di questo pretesto”, dice. Secondo Cupolo chi sostiene non ci sia sufficiente chiarezza sulle concessioni ai curdi sottovaluta il prezzo della continuazione del conflitto”.
Quel vuoto da colmare - Sui prossimi passi rimangono svariate incognite. La Turchia considera il Ypg siriano - la formazione curda sostenuta in passato dagli Stati Uniti che si è scontrata duramente con Ankara negli ultimi anni - alla stregua di una diretta emanazione del Pkk. Ma non è chiaro se il disarmo riguardi anche l’appendice siriana, rientrando nell’ambito della riunificazione delle milizie del paese in un esercito nazionale sotto il governo del premier Al-Jolani, o soltanto la compagine turca. Non è chiaro nemmeno se dopo un quarto di secolo in prigione Ocalan sia ancora in grado di imporre la propria volontà sui militanti attivi sul terreno in Turchia.
Gli sviluppi in Siria, con la caduta del regime di Bashar Al-Assad lo scorso dicembre, sono considerati il principale fattore ad aver provocato i negoziati fra Pkk e Turchia. “In questo momento c’è un vuoto di potere nella regione che la Turchia vuole colmare”, dice la ricercatrice Coskun. “Per poterlo fare però deve fare i conti con la questione curda, ancora irrisolta, all’interno dei propri confini”.











