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di Ezio Menzione*

Il Dubbio, 7 aprile 2025

La volontà politica che il governo ha espresso in sede sia penale che civile è chiara: attaccare gli ordini delle grandi città turche. Eravamo al natale 2013 e si apriva il processo contro 18 avvocati progressisti da mesi incarcerati, appartenenti all’organizzazione progressista CHD, accusati genericamente di filoterrorismo per avere difeso, fra i molti altri, anche alcuni terroristi curdi. Il solito paradigma che confonde l’avvocato con l’assistito. Erdogan non era ancora presidente, ma solo premier, ed era ingaggiato in uno scontro politico col presidente in carica Gul sull’abolizione dell’obbligo per le donne di non portare il velo negli uffici e nei luoghi pubblici.

Le aspettative di poter entrare in Europa, che avevano comportato, all’inizio degli anni 2000, una riscrittura dei due codici penali, con annessa abolizione della pena di morte, erano ormai tramontate da un quinquennio. Erdogan ostentava se non disprezzo almeno disinteresse per l’ingresso nell’EU, mentre si concentrava sull’area mediorientale e centroasiatica: l’antica area d’elezione del vecchio impero ottomano preAtataurk. Quella ventina di avvocati, rei di avere difeso bene i propri assistiti, vengono poi rilasciati nel marzo successivo, ma il loro permanere in libertà dura poco: entro l’autunno 2017 sono di nuovo in carcere con le stesse accuse di prima, e un pesante quanto generico e privo di elementi probatori, capo di imputazione.

Quando il processo viene affidato a una nuova corte, ottengono la rimessione in libertà, ma il beneficio dura solo poche ore: nuovo mandato di cattura e cambio della corte giudicante che convalida i nuovi arresti. Il processo, anzi i processi, perché il primo e il secondo si mescolano in un ne bis in idem inestricabile, durerà fino al 2023, quando tutti questi legali saranno condannati con pene che vanno da tre anni e mezzo a 21, nella maggioranza comunque pene superiori ai 10 anni. Una delle imputate intanto mancava all’appello perché morta a fine agosto 2021: era Ebru Timtik, deceduta per uno sciopero della fame intrapreso e continuato per 238 giorni richiedendo con fermezza e tenacia un giusto processo per se’ e i suoi coimputati.

A questi 20 avvocati dell’associazione CHD processati, detenuti e definitivamente condannati, molti altri se ne aggiungono negli anni: talora della stessa CHD, costantemente presa di mira, oppure di un’altra associazione progressista, la OHD; o anche non affiliati ad associazione alcuna, ma rei di essere scomodi per avere difeso posizioni scomode, sia in sede penale che in sede di diritto del lavoro o altro; magari per avere sostenuto di fronte alla CEDU la posizione di ricorrenti contro provvedimenti governativi. Basta scorrere i report di Lawyers for Lawyers e si avrà, anno per anno, le statistiche di quanti avvocati nel paese sono stati imputati, detenuti e condannati: ma non a pene infrabiennali che, a certe condizioni, possono essere sospese anche in Turchia, bensì ad anni ed anni di galera. Sono molte centinaia ogni anno. Colpisce il fatto che numerosissimi di questi siano presidenti o componenti di consigli dell’ordine (quando non consigli interi), specialmente di quelli del territorio sudorientale dell’Anatolia, vale a dire del Kurdistan turco. E ciò al netto di quelli finiti in carcere per il tentato colpo di stato del luglio 2016: la loro supposta appartenenza all’organizzazione gulenista, che avrebbe messo in pratica il coup, li omologa alle migliaia di magistrati, militari o pubblici funzionari che furono ammanettati, riportarono condanne fino all’ergastolo oppure sono ancora detenuti in attesa di giudizio definitivo.

È importante porre attenzione a questa pratica governativa di attaccare giudizialmente o anche amministrativamente i consigli dell’ordine perché rivela come, in questi casi, l’obbiettivo del governo non sia mettere a tacere il singolo avvocato per le sue idee politiche di opposizione, ma è la intera magistratura di una regione o di un distretto o di una provincia che si vuole colpire e tacitare. È impossibile o comunque assai raro, infatti, che un consiglio dell’ordine sia, nella sua interezza, all’opposizione e quindi sia considerato in toto “nemico”. Se è l’insieme ad essere attaccato, è lo stesso ordinamento che presiede al diritto di difesa che si vuole attaccare.

I consigli vengono fatti così decadere, talora vengono commissariati dal governo per poi passare a nuove elezioni e se si ricompone la stessa maggioranza è certo che prima o poi - più prima che poi - si cercherà di abbattere anche il nuovo consiglio. Così si è proceduto alla incriminazione del presidente del consiglio dell’ordine di Istanbul: un anziano avvocato esponente del maggiore partito di opposizione e difensore sensibile dei diritti civili e politici, il quale, pur eletto solo di recente nell’autunno del 2024, era evidentemente sgradito a Erdogan.

Insieme a lui sono stati chiamati in causa anche altri dieci componenti del consiglio (fra cui uno detenuto perché aveva vinto un ricorso davanti alla CEDU per un suo assistito). L’imputazione: avere preso posizione chiedendo un’inchiesta seria e indipendente sull’uccisione di due giornalisti da parte di un drone turco al confine con la Siria. Il processo penale su tale imputazione avrà i tempi non brevi della giustizia turca, ma intanto ciò ha consentito di portare gli 11 legali davanti ad un giudice civile che, su richiesta del procuratore generale, disponesse la loro decadenza da componenti del consiglio e così, numeri alla mano, si procedesse alla elezione di un consiglio nuovo.

La decisione, presa in 2 sole udienze ravvicinate e senza raccogliere prove, è fortunatamente appellabile e non immediatamente esecutiva, per cui la battaglia è ancora aperta. Ma la volontà politica che il governo ha espresso in sede sia penale che civile è chiara: attaccare gli ordini, specialmente quelli delle grandi città, che in genere non si allineano con le scelte governative o comunque intendono tutelare prima di tutto il diritto di difesa. Si noti che, in questa chiave, il governo nel 2019 aveva già tentato di colpire tali ordini “disubbidienti”, consentendo che nelle tre maggiori città del paese si creasse un secondo ordine alternativo, purché espresso da almeno 2.000 esercenti la professione (su 65.000 nella sola Istanbul).

Un tentativo di procedere ad un secondo consiglio, messo in pratica nel 2021, non diede alcun risultato concreto. Gli avvocati di Istanbul il loro ordine lo vogliono unitario e il loro consiglio se lo tengono caro, anche quando è un po’ più conservatore, come fu quello che precedette l’attuale, in quanto espressione della loro autonomia e libertà.

L’intento è chiaro: decapitare l’ordine degli avvocati per togliere loro l’autonomia nell’esercizio del diritto di difesa. Prima si colpivano gli avvocati scomodi, sia singolarmente che a gruppi, oggi si è passati a colpire l’intera categoria e così il diritto di difesa nei suoi presupposti e nella sua interezza. È questa la novità.

*Co-responsabile Osservatorio Avvocati Minacciati Ucpi