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di Ezio Menzione*


Il Dubbio, 23 marzo 2021

 

Il presidente Erdogan prima abbandona la Convenzione di Istanbul poi avvia la procedura per rendere illegale il partito filocurdo HDP. La notizia ha fatto in un attimo il giro del mondo, Erdogan con un decreto presidenziale ha ritirato l'adesione del proprio paese alla Convenzione di Istanbul del 2011, sottoscritta dal parlamento turco all'unanimità nel 2012. La Turchia era stata il primo firmatario della convenzione, seguita da 33 paesi su 37 del Consiglio d'Europa.

La Convenzione e i suoi 81 articoli è unanimemente considerata la migliore tutela che le donne abbiano raggiunto in questi anni per difenderle dagli atti di violenza di genere e di discriminazione: nuovi reati come lo stalking, la violenza psicologica, il matrimonio, l'aborto e la sterilizzazione forzati e altri ancora e costringe gli stati firmatari ad approntare rimedi contro la violenza di genere.

Violenza che proprio in Turchia raggiunge vette e numeri di fronte ai quali impallidiscono quelli degli altri paesi: un recente studio ha dimostrato che una donna su tre ha subito una vera e propria violenza sessuale in vita sua. Basti poi dire i numeri dei femminicidi: negli ultimi anni sono su una media attorno ai 300 l'anno (324 nel 2019, 284 nel 2020, 33 nel solo febbraio 2021, ultimo dato pervenuto), con punte di più di 400. Se c'è un paese che ha bisogno più di ogni altro della Convenzione di Istanbul, questo è la Turchia. Del resto, questo decreto era stato anticipato dalla decisione dell'anno scorso quando, per alleggerire un po' le carceri per far fronte al Covid, si fecero uscire tutti gli assassini di donne, mentre son rimasti in galera, per dire, tutti gli oppositori politici.

Il Ministro della Famiglia ed il portavoce di Erdogan, nell'intervenire sul decreto presidenziale, hanno affermato che la Turchia non ha bisogno di una norma internazionale, che la famiglia e la cultura della famiglia bastano a tutelare le donne, soprattutto "bastano i valori tradizionali che fanno della famiglia un asse portante della società turca". Questo richiamo ai "valori tradizionali" è la chiave per comprendere la mossa di Erdogan: l'attacco è sì principalmente contro le donne, ma tiene d'occhio anche (se non soprattutto) il movimento LGBT+, molto forte nelle grandi città e che vede in primissima fila lesbiche e trans, su posizioni di chiara opposizione al governo. Facile prevedere come prossima mossa una messa fuori legge di tale movimento, che trovava proprio nell'articolo 4 della Convenzione una difesa dagli atti discriminatori delle persone sulla base degli orientamenti sessuali.

Ma quale è l'obiettivo politico di una mossa simile? Ci sta dentro, naturalmente, l'insofferenza tipica del sultano ad ogni norma e legame pattizio e proveniente da qualche altra fonte, pur se recepita dall'ordinamento interno. Ma ci sta pure la sudditanza ai voleri del partito MHP, alleato fondamentale della coalizione di governo (da solo lo AKP, il partito di Erdogan, non avrebbe avuto il 50% dei voti alle ultime politiche e al referendum costituzionale). Lo MHP è un partito islamista integralista, che mira alla reintroduzione della sharia (la legge islamica) per governare le questioni familiari: era stata bandita da Ataturk nel 1923 al momento della costituzione della repubblica. È su questo che si gioca la partita in Turchia. La rimoscheizzazione di Santa Sofia e di Chora a Istanbul, non erano che l'assaggio.

La disdetta dell'adesione della Turchia alla Convenzione di Istanbul ha suscitato sdegno in tutta Europa (eccetto di Di Maio). Ma ha sollevato proteste soprattutto in patria sia per le modalità con cui è avvenuta: un decreto presidenziale che abroga una legge approvata unanimemente dall'intero parlamento; sia perché il movimento delle donne considera la convenzione una conquista necessaria. Difatti in tutto il paese si sono convocate in piazza e, c'è da giurarci, la questione non finirà qui.

Il giorno prima, la Procura Generale presso la Cassazione ad Ankara ha iniziato la procedura per mettere fuorilegge il secondo partito di opposizione: lo HDP. Questo partito, che ha sempre superato la soglia del 10% necessaria per entrare in Parlamento, ha sempre fatto una seria opposizione al governo dell'AKP di Erdogan. Nacque come partito radicato nei territori del kurdistan turco, vincendo sempre a man bassa le amministrative in quella parte del paese. Esso però man mano è riuscito a raccogliere vasti consensi anche fra la popolazione turca, grazie ad un programma che potremmo definire socialdemocratico e molto attento ai diritti delle donne, oltreché, naturalmente, ai diritti e all'autonomia del popolo curdo. Alle politiche del 2016 la sua affermazione fece sì che Erdogan non avesse la maggioranza assoluta che gli era necessaria per la riforma costituzionale in senso presidenziale e autoritario. Tant'è che, a pochi mesi di distanza, Erdogan fece ripetere le elezioni, lo HDP riuscì ugualmente, sia pure di stretta misura, a superare di nuovo la soglia del 10%; e poi Erdogan riuscì, grazie all'alleanza con il partito di ultradestra MHP a far passare la riforma costituzionale.

Sia la Germania che gli Stati Uniti sono usciti con dichiarazioni che stigmatizzano la richiesta di messa fuorilegge dello HDP come un gravissimo colpo alla democrazia. Tanto più che vi è anche la volontà di inibire l'attività politica a 687 membri del partito, fra cui il segretario Demirtas (in carcere da molti mesi, nonostante che la CEDU abbia riscontrato la illegittimità della sua detenzione) nonché i parlamentari e decide e decine di amministratori locali. Del resto, il 42% dei sindaci del HDP eletti alle ultime amministrative nella Turchia del Sud Est sono già stati rimossi dal loro incarico e sostituiti con governatori designati dal governo centrale.

La richiesta di messa fuorilegge era stata preceduta dalla decadenza dal ruolo di parlamentare di Omer Gergerlioglu, uno dei più agguerriti rappresentanti dello HDP in seno al Parlamento: la ragione? un tweet considerato eversivo. Non una maggiore consistenza sta alla base della richiesta formulata contro lo HDP: esso favorirebbe il terrorismo. Concetto del tutto evanescente in Turchia. La sostanza, come ha detto Human Rights Watch Turkey è il fatto che milioni di elettori si troverebbero senza più alcuna rappresentanza. Ora decidere spetta alla Corte Costituzionale, che ha 15 giorni dal ricevimento della domanda da parte della Procura Generale per stabilire se vi siano elementi sufficienti per procedere oppur no. In caso affermativo, si instaura un vero e proprio giudizio dominato, nei tempi e nei modi, dalla Corte stessa.

Non si creda che la Corte non possa accogliere una simile domanda, anche se palesemente infondata. Nella storia della Turchia, da quando c'è la Corte, ben 20 partiti sono stati messi fuorilegge, mentre la richiesta è stata rigettata nei confronti di altri 17. Fra quelli chiusi ci fu anche il partito dell'attuale presidente Erdogan, che fu veloce nel riciclarsi sotto altre bandiere. Durante i vari colpi di stato militari degli anni 80, furono chiusi addirittura tutti i partiti. Altri tempi, potrebbe dire qualcuno: ma no, siamo allo stesso punto.

 

*Osservatore Internazionale Ucpi